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I quattro ddl regionali sulle trivelle offshore fermi in Parlamento

oil-off-shore-675 19 agosto 2015

ROMA (Public Policy) - Questa estate, forse più delle altre dopo l'entrata in vigore degli ecoreati nel codice penale, le associazioni ambientaliste come Greenpeace e Legambiente hanno portato avanti campagne mediatiche contro le trivellazioni in mare. In Parlamento, tra Camera e Senato, sono quattro le proposte di legge di iniziativa regionale che da più di un anno attendono di essere esaminate: due sono state presentate dalla Regione Puglia, una dalle Marche e una dalla Regione Calabria.

Tutti i ddl sono già stati assegnati nelle commissioni competenti Ambiente e Attività produttive (o Industria, se al Senato) ma nessuno ha ancora iniziato il suo iter legislativo. Il tema delle trivelle in mare è tornato al centro del dibattito politico proprio a ridosso dell'approvazione definitiva del Parlamento, a fine maggio, della legge sugli ecoreati, quando il Senato tolse all'ultimo dalla proposta di legge il divieto di utilizzo della tecnica di ricerca degli idrocarburi dell'air gun. Infine nel Consiglio dei ministri del 6 agosto il governo ha dato il via libera definitivo al decreto legislativo di attuazione della direttiva Ue sulla sicurezza delle operazioni in mare nel settore degli idrocarburi.

Secondo dati del Mise aggiornati al 31 luglio le concessioni di coltivazione sottomarina sono 69, di cui 59 solo nell'Adriatico, a largo in particolare delle Regioni Veneto, Emilia Romagna, Marche, ma anche Friuli Venezia Giulia, Molise e Abruzzo. Le restanti sono state concesse nel Canale di Sicilia (in tutto 4) e nella fascia di mare che circonda la Puglia, toccando anche Basilicata e Calabria (7 tra Adriarico e Ionio). Molto esplicito il titolo dei disegni di legge proposti da Puglia e Marche: "Divieto di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi liquidi". Identico il contenuto dei 3 ddl: "La prospezione, la ricerca e la coltivazione di idrocarburi liquidi sono vietate nelle acque del mare Adriatico prospiciente le seguenti regioni: Friuli Venezia Giulia, Veneto, Emilia-Romagna, Marche, Abruzzo, Molise e Puglia", recita il primo comma.

I ddl, composti da un unico articolo e tre commi, applicano il divieto "anche ai procedimenti autorizzatori avviati e non conclusi alla data di entrata in vigore della presente legge", facendo però salvi "fino all'esaurimento dei relativi giacimenti, i permessi, le autorizzazioni e le concessioni in essere, nei limiti stabiliti dai provvedimenti stessi". I ddl pugliesi (uno alla Camera e uno al Senato) sono stati presentati a fine marzo 2014; mentre quello della Regione Marche è stato presentato a fine luglio 2013 (alla Camera). Dunque, in entrambe i casi, da giunte diverse dalle attuali: in Puglia Michele Emiliano ha preso il posto di Nichi Vendola, mentre Luca Ceriscioli (centro sinistra) ha preso il posto Gian Mario Spacca (ex presidente sostenuto dal Pd, poi appoggiato da Forza Italia alle ultime elezioni).

La proposta avanzata dalla Regione Calabria al Senato punta invece, in sintesi, nel dare avvio alle procedure autorizzative delle trivellazioni in mare solo ed esclusivamente previa "intesa" con le Regioni territorialmente interessate. Questo ddl è stato presentato al Senato il 30 gennaio 2014, dunque dalla vecchia giunta calabrese di centrodestra guidata da Antonella Stasi (oggi il presidente, appoggiato dal centrosinistra, è Mario Oliverio). Identiche le motivazioni premesse a tutti e quattro i ddl regionali in Parlamento, indipendentemente dall'area politica della giunta di provenienza: "I pericoli, evidenziati da tutte le Regioni costiere dell'Adriatico - si legge per esempio nella relazione marchigiana - sono non soltanto l'inquinamento dell'ecosistema marino, ma anche lo sprofondamento delle coste e la grave compromissione delle attività di pesca e turismo, a fronte dei modesti quantitativi e della bassa qualità di greggio estraibile". (Public Policy)

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