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AUSTERITÀ E POPULISMI. I "SAGGI" PER TROVARE UNA BASE DA CUI RIPARTIRE /ANALISI

boldrini_grasso_1 (1) 02 aprile 2013

(Public Policy) - Roma, 2 apr - (di Aroldo Barbieri) - Ha detto François Hollande che l’eccesso di austerità favorisce la crescita dei populismi. Il presidente francese pensava sicuramente anche al calo di popolarità che lo riguarda. Eppure la Francia sinora ha pagato solo in minima parte le incorenze della costruzione europea e dell’euro. A pagare sono stati soprattutto i Paesi mediterranei: Grecia, Spagna, Portogallo e Italia; ad avvantaggiarsene i paesi “forti”. In particolare la Germania e i pochi piccoli Paesi che le fanno da corteggio: Finlandia, Austria, Olanda, ma che esprimono quasi tutta la governance dell’Europa. Le imminenti elezioni in Germania hanno spinto anche i socialdemocratici tedeschi ad approvare il prelievo forzoso dai conti correnti, con cui Cipro ha contribuito al proprio salvataggio. Misura forse tecnicamente appropriata alla situazione cipriota, ma pericolosissima sul piano dei principi.

Mentre gli USA sono quasi fuori dalla crisi e il Giappone rialza la testa, in panne resta la sola Europa e la “politica” del Paese egemone, ovvero la Germania, non giova certo ad uscire dalle difficoltà. In Italia, com’è noto, le elezioni non hanno espresso una maggioranza certa e i due principali partiti appaiono inchiodati non solo a convenienze e preconcetti, ma alla prossima campagna elettorale. Il Pdl, che in quella passata ha solleticato il populismo indipendentemente dalle compatibilità economiche, recuperando così non pochi voti, continua sulla stessa falsariga ed appare politicamente più interessato alla sorti del suo leader che ad un accordo di governabilità. Il Pd poi, buttata alle ortiche l’occasione storica di lanciare nella competizione Matteo Renzi, il solo che avrebbe potuto sottrare consensi al Pdl e a Grillo, si ostina a proporre a Berlusconi una collaborazione solo sulle riforme, mentre la nega quanto al Governo e all’elezione del Presidente della Repubblica, che al momento sembra essere il passaggio per formare successivamente un Governo. Grillo prosegue poi sulla strada che sin qui ha talmente pagato da farlo inatteso arbitro della situazione.



Il Presidente della Repubblica ha affidato a 10 "saggi" il mandato di elaborare alcuni punti programmatici, su cui verosimilmente Pd, Pdl e Movimento 5 stelle si troverebbero consenzienti in Parlamento. Naturalmente, non sono mancate le critiche più da parte dei partiti che dall’opinione pubblica. I partiti tradizionali rimproverano a Napolitano il vulnus che verrebbe dal sostituire alcuni “saggi” ai meccanismi consolidati della democrazia parlamentare, dimentichi di non aver fatto nulla per cambiare una legge elettorale, che riduce i parlamentari a designati dalle segreterie e penalizza il rapporto con il Paese reale. Più accondiscendente Grillo, che però insiste sulla urgenza di costituire le Commissioni parlamentari, per poter far passare in Parlamento le riforme che gli stanno a cuore e su cui ha costruito un consenso, che poco fa i conti con le ragioni dell’economia non solo europea.



Eppure se la casa ancora non brucia è in grave pericolo. Il debito italiano, rebus sic stantibus, non è sostenibile a medio termine, se la crescita non riparte vigorosa. Lavorando sui margini fra Pil e deficit, dopo maggio si cominceranno a pagare parte dei debiti della Pa verso le imprese, ma pensare che questo basti a ripartire è pura utopia. A fine anno dovrebbero arrivare per noi i frutti della ripresa altrui, ma darebbero comunque vita ad una crescita stenta, difficilmente in grado di dare una scossa al sistema intorpidito da anni di recessione e ridurre in modo significativo il debito. Ma ridurre il debito al di sotto del 100% del Pil è imperativo (portarlo al 60% è utopico e non solo per l’Italia, visto che la media europea è vicina al 90%). Se ha fondamento un rapporto di Prometeia per cui 165 mila famiglie italiane hanno un patrimonio compreso fra 1 e 5 miliardi di euro, pensare ad una patrimoniale straordinaria “una tantum”, da affiancare alle privatizzazioni e alla revisione della spesa, appare una strada da non scartare per tagliare il debito di colpo.  Per evitare che tra un anno o due ce lo imponga l’Europa con metodi ciprioti. (Public Policy) ABA

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