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Banda larga, se le buone intenzioni danneggiano il mercato

banda larga 03 marzo 2015

ROMA (Public Policy) - di Serena Sileoni* - Si sa, l’Italia digitale non brilla per velocità di trasmissione dei dati. Chi scrive non ha elementi per valutare, ma vi sono studi che dicono che i nostri megabit viaggiano più lenti della media europea di 40 punti percentuali, con una situazione tuttavia fortemente differenziata a livello geografico e urbanistico, come capita invero per molte realtà.

Quale tipo di connessione, fino a dove e in che tempi portarla può essere non soltanto una questione di mercato. Una volta riconosciuto l’accesso universale, è verosimile che i governi mettano l’occhio sull’ammodernamento della rete infrastrutturale. Le mire del governo sulla posa della banda ultralarga non impressionano tanto per il se, ma per il come.

Di dietrologie sul piano Telecom-Metroweb si sono riempiti i giornali di questi tempi e probabilmente sarà così anche per prossimi. Non serve tuttavia avere accesso alle voci di palazzo per qualche semplice considerazione. Al Consiglio dei ministri di domani pare si discuterà di un piano che prevede il progressivo, coattivo spegnimento del rame a favore della fibra ottica, che consente una velocità di trasmissione dei dati di molto superiore.

Un piano di passaggio forzato esteso su tutto il territorio nazionale, da attuarsi, sembra, entro il 2030, proprio come entro il 2012 è avvenuto lo spegnimento del segnale analogico e l’accensione del digitale terrestre. Un progetto imponente pensato, nelle benevole menti dei governanti, per l’interesse pubblico e degli utenti, perché tutti abbiano pari accesso alla rete, a seconda di dove si trovino, in campagna o in città, in pianura o in montagna.

Nelle migliori intenzioni, tuttavia, anche stavolta ci sono numerose insidie. La prima, banale, è che se nessun pasto è gratis, figurarsi la posa della fibra ottica in tutto il territorio nazionale. Sotto il manto di un intervento pubblico per il bene della popolazione, si nascondono almeno 11 miliardi di investimenti pubblici. Cioè di soldi nostri. La seconda, riguarda le alternative possibili. Per giustificare l’intervento pubblico, normalmente, si deve motivare l’inesistenza di un interesse privato.

È il caso anche della banda larga? Telecom aveva manifestato il suo interesse, con un piano che però dava una previsione diversa dei bisogni della popolazione e delle possibilità di investimento: coprire il 75% della popolazione entro il 2017 con la banda ultra larga, non arrivando con la fibra dentro le singole case, ma fermandosi ai palazzi e lasciando l’ultimo tratto di rame. Al Governo non è bastato e ha deciso che le sue previsioni circa le necessità degli utenti siano più corrette di quelle del principale operatore di mercato.

Possono ipotizzarsi vari motivi alla base del piano Telecom, compreso non buttare alle ortiche il proprio patrimonio di rame. Quello che non è un’ipotesi è che il Governo in questi giorni stia di fatto lavorando a un’ipotesi diversa da quella avanzata dal mercato, offerta a Telecom come si offre l’alternativa tra minestra e finestra: un piano obbligatorio di switch off talmente oneroso per Telecom da costringerla a entrare in società con Metroweb, i cui azionisti sono Fondo italiano di investimenti Fondo strategico, cioè due emanazioni della Cassa depositi e prestiti, con l’esito di ripubblicizzare il controllo della prima e fare investimenti e operazioni di mercato coi soldi pubblici. Una via tortuosa per un fine semplice: rinazionalizzare il principale operatore di TLC, proprio quando esso è diventato una società ad azionariato diffuso (55% in mano ai fondi). Si potrebbe pensare che ciò sia un bene?

A 20 anni dalla privatizzazione, è tangibile l’effetto proconcorrenziale di quella operazione, che comunque valse, se volessimo pensare al solo interesse dello Stato, 12 miliardi di euro. I servizi di telefonia e TLC sono tra i più competivi nel mercato dei servizi in Italia, qualunque detentore di un telefonino lo sa. Infine, una considerazione dall’esterno: siamo sempre attenti a ricordare che il nostro non è un paese per investitori stranieri.

Ma lo dimentichiamo nei casi concreti. Cosa dovrebbe pensare un investitore guardando alla manipolazione del processo di ammodernamento della banda larga in Italia? Noi sappiamo che Telecom era e sarà interessata, obtorto collo, all’operazione. Non sappiamo se esiste da qualche parte all’estero qualcuno che avrebbe potuto proporre il suo piano. Certo, la mano pesante dello Stato nel dettare gli standard tecnologici per farlo è un forte deterrente. (Public Policy)

@seresileoni

*Pubblicato su Leoni Blog

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