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La bussola della crescita e le tre direttrici obbligate del governo Renzi

Stefano da Empoli 19 febbraio 2014

ROMA - (Public Policy) - (di Stefano da Empoli) Tra le tante ipotesi che capita di ascoltare in questi giorni sulle ragioni che avrebbero spinto Renzi ad abbattere repentinamente il governo Letta una delle più improbabili è quella secondo la quale avrebbe voluto beneficiare della ripresa economica in atto, ora che finalmente il tasso di variazione del Pil ha un segno più davanti.

In realtà, su questa questione l’esecutivo uscente si è giocato gran parte della sua credibilità di politica economica, in attesa più o meno passiva di una crescita che magicamente risolvesse i problemi che non era riuscito ad affrontare con il necessario coraggio e l’indispensabile forza (e, per inciso, questo è più che sufficiente per impedire a Saccomanni di essere riconfermato in via XX Settembre). Secondo le ultime stime del Fondo monetario internazionale, l’Italia dovrebbe crescere dello 0,6% nel 2014 e dell’1,1% nel 2015, meno della media dell’eurozona (rispettivamente 1,0% e 1,4%) e a distanza siderale da Stati Uniti (2,8% e 3,0%) e, per rimanere nei dintorni di casa nostra, Regno Unito (2,4% e 2,2%).

Ammesso che le previsioni non pecchino per ottimismo, come troppo spesso è avvenuto dal 2008 in poi, si tratta di un netto miglioramento rispetto ai 2 anni precedenti, nei quali l’economia si è contratta rispettivamente del 2,5% e dell’1,9%, ma in ogni caso il risultato non servirà né a recuperare il terreno perso nel peggior periodo economico dopo la Seconda guerra mondiale né a ridurre la disoccupazione. Da queste semplici constatazioni e dalla volontà di cambiare radicalmente il corso mediocre degli eventi che ci spetterebbe inerzialmente deve partire il governo Renzi.

Che ha fatto bene, al di là di ogni riflesso personale e della retorica elettoralista, a indicare un percorso di legislatura. Uno dei limiti principali dei due precedenti esecutivi, pur apprezzabili sotto tanti profili, è stato senz’altro quello di essere esplicitamente a tempo. Potendo dunque al massimo seminare in Consiglio dei ministri e in Parlamento ma raccogliendo poco in termini di decreti attuativi e sull’unico piano che conta, quello dei risultati raggiunti. Dato però che nulla assicura che le intenzioni si tramutino in realtà, Renzi ha evidentemente bisogno di ridurre al massimo l’intervallo tra semina e raccolto, mettendo nel mirino del suo martello pneumatico poche grandi priorità indispensabili e lasciando al cacciavite più o meno tutto il resto.

Se l’obiettivo principale è quello della crescita (che non può essere certo stralciato a quando le riforme costituzionali permetteranno forse condizioni istituzionali migliori delle attuali), tre sono le priorità assolute: diminuire significativamente la pressione fiscale, semplificare la pubblica amministrazione, digitalizzare il Paese (e non solo la Pa). In teoria molti si dicono concordi su queste misure, di fatto le resistenze sono enormi. Pensiamo alla diminuzione delle imposte.

E’ evidente (ma tutt’altro che facile) che l’unica strada possibile (al di là del facile populismo sulle rendite finanziarie, che rischia di portare più fuga di capitali all’estero che gettito alle casse del Tesoro) è quella di una ricontrattazione dei vincoli europei che in cambio di una promessa di una riduzione strutturale della spesa pubblica e di altre misure per la crescita (che non possono dare risultati immediati sul bilancio pubblico), consenta uno shock fiscale immediato derivante da una diminuzione significativa di alcune imposte e da uno sforamento nei prossimi due o tre anni del vincolo del 3%.

Perché l’Italia abbia qualche chance di far passare questa posizione oggi del tutto eretica a Bruxelles e soprattutto a Francoforte la condizione essenziale è che l’impegno sia credibile. In questo senso, un governo di più lungo respiro dei precedenti non sarebbe solo auspicabile ma diventerebbe una necessità. Insieme a un’abile azione di lobbying che sfrutti da un lato il semestre di presidenza Ue e dall’altro il pericolo populista annunciato dalle prossime elezioni europee.

Ma anche su semplificazione e digitalizzazione l’esperienza dimostra l’utilità di un governo di lungo periodo, purché nel mare in tempesta senta l’urgenza di uscirne il più velocemente possibile e non si limiti solo a rimanere a galla. Tanto per fare un esempio, la Strategia energetica nazionale, che aveva proprio nella semplificazione di alcuni processi uno dei suoi punti di forza, è stata approvata poche settimane prima della fine del governo Monti. E’ evidente che in gran parte è rimasta un’eredità senza eredi. Se c’è un aspetto sul quale puntare è necessariamente la maggiore fluidità sul campo (al di là delle scadenze temporali previste dalla legge) dei processi autorizzativi, nell’energia così come in qualsiasi altro settore economico, attraverso ad esempio una riorganizzazione della conferenza dei servizi e la previsione di sanzioni per le pubbliche amministrazioni inadempienti.

Ci sono decine di miliardi di investimenti privati già annunciati, dal gas alla grande distribuzione passando per ogni tipo di infrastruttura e stabilimento, che aspettano di essere investiti. E’ uno scandalo che nelle condizioni in cui versa l’economia italiana si faccia di tutto per ritardarne l’impiego fino a renderlo spesso e volentieri impossibile. Finché questo accadrà non ci sarà alcuna speranza di crescita reale. Neppure nel tanto decantato turismo, vocazione riscoperta da tanti centri che non hanno mosso un dito per combattere l’abusivismo negli ultimi quaranta anni, visto che molti degli investimenti bloccati riguardano proprio quel settore (alberghi, parchi a tema, aeroporti, ecc.).

Infine, la digitalizzazione, uno dei fiori all’occhiello del governo Monti, lasciata per grande parte ad impolverarsi sopra le scrivanie dei ministeri. Solo nei giorni scorsi lo statuto dell’Agenzia per l’Italia digitale, inizialmente atteso entro la fine del 2012, è diventato pienamente operativo, con la pubblicazione in Gazzetta ufficiale. Dopo il breve part-time di Francesco Caio come Digital Champion italiano, occorrerà ricominciare da capo. Si spera anche qui in uno scatto in avanti più intenso e più di lungo cabotaggio di quello avvenuto nell’esecutivo uscente. Dalla digitalizzazione, potrebbe arrivare non solo maggiore crescita ma anche un risparmio sensibile per le casse dello Stato.

Se non si è riusciti a imprimere la velocità giusta, è perché anche in questo caso occorre superare la logica dei piccoli recinti. Solo con un governo con una forte (ed esclusiva) delega politica all’agenda digitale e che duri in carica molto più di un anno si può immaginare di vincere la sfida. Andando oltre la fatturazione elettronica o l’anagrafe unica, obiettivi importanti ma troppo limitati rispetto agli standard che ci impone il mondo che ci circonda, che vanno ben oltre il perimetro della pubblica amministrazione.

Solo se seguirà queste tre direttrici l’ammutinamento sulla nave del governo e il sacrificio del suo precedente capitano avranno un senso, per quanto l’atto rimanga sicuramente spiacevole. Altrimenti, sarà derubricato come l’ennesimo atto di maramalderia di cui la storia della politica italiana è purtroppo fin troppo ricca, dai tempi della Repubblica fiorentina. (Public Policy)

twitter - @daempoli

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