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CONFINDUSTRIA GIOVANI: BENE GOVERNO SU STARTUP, MA MANCANO RISORSE / INTERVISTA

18 ottobre 2012

(Public Policy) - Roma, 17 ott - (di Leopoldo Papi) Il
decreto Sviluppo bis, approvato dal Consiglio dei ministri
all'inizio di ottobre, punta ad agevolare, nel nostro Paese,
la nascita di nuove realtà produttive. Startup innovative,
vengono definite nel provvedimento: aziende nuove e che
operano in settori di frontiera, come l'Ict, o le
nanotecnologie.

Per incentivarne la comparsa il ministero guidato da
Corrado Passera ha previsto un ventaglio di interventi, che
vanno dagli sgravi fiscali alle semplificazioni, passando
per apposite modalità di assunzione flessibile. Per il
presidente dei Giovani imprenditori di Confindustria, il
fiorentino Jacopo Morelli, il decreto può davvero creare un
contesto nuovo per chi voglia tentare in Italia un'avventura
d'impresa.

Ma anche in questo caso c'è il nodo riccorrente per tanti
altri provvedimenti di questo Governo, quello delle
coperture finanziarie. E, più in generale c'è una situazione
economica ancora molto difficile.

D. COME VEDE LE MISURE SULLE STARTUP NEL CONTESTO ECONOMICO
ITALIANO DI GENERALE CRISI DELLA DOMANDA E DI 'CREDIT
CRUNCH'?
R. Il decreto startup è un passo in avanti importante.
Perché fissa una cornice legale finalmente omogenea e
interamente dedicata alle nuove imprese, che hanno esigenze
diverse rispetto a quelle già consolidate. Inoltre alcune
misure sono senza dubbio di stimolo alla creazione di
impresa: la riduzione di costo per gli adempimenti
amministrativi, l'attrattività per gli investimenti tramite
crowdfunding e detrazioni per i capitali privati, e, sul
fronte del lavoro, maggiore flessibilità in entrata, che
agevolerà le assunzioni dei più giovani a fronte di più
retribuzione in busta paga.

Ma non illudiamoci: nella situazione di crisi attuale, con
una domanda interna ai minimi storici e una tassazione oltre
i limiti, soprattutto su imprese e lavoratori, nessuna norma
può essere davvero efficace se non viene accompagnata da un
intervento forte dal punto di vista finanziario.

Facilitare la nascita di nuove imprese senza
dotarle degli strumenti necessari per crescere in fretta e
diventare competitive rischia di essere solo un palliativo
temporaneo, non una strategia per cambiare il volto
imprenditoriale del Paese.

D. COSA MANCA NEL DECRETO, SE MANCA QUALCOSA, O COSA VI
ASPETTAVATE CI FOSSE?
R. Le risorse finanziarie. In fase di conversione
parlamentare è necessario ripristinare alcune misure
inizialmente previste, come la riduzione delle aliquote Ires
o l'aumento di dotazione del Fondo di Garanzia in favore
delle startup, uno strumento essenziale
in un momento in cui il mercato del credito è completamente
bloccato.

Ma poi occorre un intervento molto più ampio sul
sistema fiscale, per spostare il carico da quelle attività
che producono benessere alle rendite. Abbassare il cuneo
contributivo e fiscale è necessario per dare una opportunità
ai giovani, per far nascere imprese e per sostenere la
domanda interna.

Trovare le risorse è difficile, ma non impossibile. La
politica deve assumersi, per prima, la responsabilità di
eliminare il parassitismo pubblico che ha riempito le
recenti cronache, tagliare gli sprechi e le inefficienze e
investire in sviluppo.

D. IN ALTRI PAESI C'È UNO STRETTO LEGAME TRA RICERCA
UNIVERSITARIA E AVVIO DI STARTUP. COM'È LA
SITUAZIONE ITALIANA?
R. In Italia ci sono grandi eccellenze, ma il problema è la
situazione media. Nel decreto startup si prevede, fra le
condizioni di accesso al regime, quella di avere il 30% di
personale con dottorato di ricerca.

È sicuramente un segnale
di attenzione alla qualità del capitale umano, necessario
soprattutto per le startup, ma restringere gli interventi
solo a ricercatori di alto livello non tiene conto di bravi
professionisti, magari con esperienza sul campo, che
potrebbero dare una nuova 'normalità' alla ricerca applicata.

La nostra università ha capacità e competenze per scoprire,
ma poi non brevetta: l'Italia conta solo il 6,7% di
richieste di brevetti nell'Eurozona contro il 47,2% della
Germania.

La riforma del sistema formativo deve partire fin
dai primi anni del ciclo scolastico: prevedendo da una parte
la realizzazione di attività, programmi e iniziative volte a
favorire la diffusione di una cultura dell'innovazione e
dell'imprenditorialità nelle
scuole italiane, anche con testimonianze aziendali nelle
aule, e dall'altra potenziare il sistema dell'alternanza
scuola-lavoro, oggi su base solo volontaria, per affiancare
alle competenze teoriche professionalità pratiche.

D. QUALI SONO I SETTORI PRODUTTIVI ITALIANI CHE POSSONO
MAGGIORMENTE BENEFICIARE DELLA LEGGE? E IN QUALI BACINI DEL
PAESE?
R. C'è il rischio che della legge ne beneficerà appieno
soltanto un settore: quello dell'Ict. E in parte alcuni
settori fortemente "tecnologici" come quello biomedicale o
ingegneristico. Questo perché i requisiti di accesso alla
categoria delle startup, come sono stati definiti nel
decreto, risultano piuttosto rigidi.

Si prevede, infatti, che la società debba avere come
oggetto sociale esclusivo lo svolgimento di attività
innovativa ad alto valore tecnologico e possedere almeno una
spesa in R&S superiore al 30%, ovvero un terzo dei
dipendenti in possesso di dottorato di ricerca o ancora la
titolarità di privative industriali.

Il rischio è quello di escludere quelle startup che, pur
avendo carattere innovativo, di prodotto o di processo, non
sono definibili come 'tecnologiche'. Imprese
che comunque potrebbero creare innovazione, posti di lavoro
e ricchezza.

Per questo ci auguriamo che, sempre in fase di
conversione, si intervenga anche su questi aspetti,
eliminando il requisito del valore tecnologico dei prodotti
e dei servizi che rientrano nell'oggetto sociale, in modo da
recuperare il pieno potenziale dello strumento e dare
una reale chance al nostro futuro di sviluppo. (Public Policy)

 

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