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CRISI, DRAGHI: ALTA DISOCCUPAZIONE RISCHIA DI INNESCARE PROTESTE DISTRUTTIVE

draghi 06 maggio 2013

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Per approfondire:

- IL TESTO INTEGRALE

(Public Policy) - Roma, 6 mag - 'È indubbio che una crescita
duratura sia condizione essenziale per ridurre la
disoccupazione, in particolare quella giovanile. In alcuni
Paesi europei questa ha raggiunto livelli che incrinano la
fiducia in dignitose prospettive di vita e che rischiano di
innescare forme di protesta estreme e distruttive'. Lo dice
Mario Draghi, presidente della Bce, in occasione della
cerimonia di conferimento della laurea honoris causa in
Scienze politiche alla Luiss 'Guido Carli' di Roma.

'Nell'area dell'euro - dice poi ripercorrendo la storia
della crisi - la straordinaria affermazione della moneta
unica nascondeva per anni i rischi che venivano
accumulandosi. I governi dei Paesi membri si sentivano
liberati dai vincoli preesistenti: con l'eccezione della
Germania e di pochi altri Paesi, procrastinavano le riforme
strutturali che avrebbero potuto adeguare la competitività
di strutture economiche obsolete alle sfide della
globalizzazione'.

LE ORIGINI DELLA CRISI
'Fra la metà degli anni '80 e l'inizio della crisi
finanziaria globale qualcuno presagiva, per la politica
monetaria, un futuro di gentile e onorevole oblio. Non è più
così', esordisce Draghi.

'Nessuno aveva immaginato che l'Unione monetaria potesse
divenire un'unione divisa tra creditori permanenti e
debitori permanenti dove i primi avrebbero prestato per
sempre ai secondi denaro e credibilità. Un profondo
mutamento del governo dell'Unione si rendeva necessario, con
nuove regole, in cui la solidarietà richiesta a gran voce
trovasse una contropartita nella cessione di poteri
nazionali'.

Ma secondo Draghi l'urgenza di tale cessione veniva
'minimizzata'. Solo con la crisi finanziaria mondiale c'è
stato un risveglio 'brutale' di tutti gli attori da una
'lunga e compiaciuta amnesia'.

LA POLITICA MONETARIA DELLA BCE
'In una fase iniziale, epicentro della crisi fu la
liquidità', sottolinea il presidente Bce ricostruendo il
ruolo dell'istituzione che presiede dal 1° novembre 2011.
Quella 'necessaria alle banche per rifinanziare gli attivi
in scadenza era divenuta improvvisamente molto scarsa'.

A seguito di tutto ciò 'i prezzi delle attività cadono
rapidamente. Si riduce il capitale bancario. Si prosciugano
i mercati interbancari. L'economia smarrisce il meccanismo
indispensabile per la creazione del reddito e l'allocazione
delle risorse: l'intermediazione del risparmio'.

In una seconda fase, a partire dal 2011, ricorda Draghi,
'fu la mancanza di credito agli emittenti sovrani più
vulnerabili che assunse un ruolo centrale nella crisi. Ad
essa, i governi dell'area dell'euro risposero con azioni
che, pur individualmente efficaci, rivelavano
l'insostenibilità politica di un'Unione nella quale i Paesi
che pagano e quelli che ricevono sono sempre gli stessi'.

In un primo tempo la Bce ha adottato 'misure straordinarie
orientate principalmente a ridimensionare il premio
finanziario legato al rischio di liquidità. La Banca
centrale europea, ricorda Draghi, 'si sostituì al mercato
interbancario che aveva interrotto il proprio credito a
breve e brevissimo termine alle banche', evitando
l'insolvenza di 'istituzioni bancarie solide e
solvibili'.

'Per dare assicurazione alle banche che l'accesso alla
liquidità della banca centrale si sarebbe prolungato su un
orizzonte coerente con le loro esigenze di rifinanziamento
di medio periodo - continua Draghi - abbiamo esteso la durata
del nostro credito: dai tre mesi standard di prima della crisi,
a sei mesi dopo il cataclisma di Lehman Brothers, a un anno nella
metà del 2009 e, infine, a tre anni alla fine del 2011'.

Dalla seconda metà del 2011, infine, per combattere 'il
rischio derivante dall'eventualità dell'uscita dall'euro di
un qualche Paese o addirittura dal collasso della moneta
unica', eventualità a cui si associava 'una particolare
forma di premio al rischio di credito che nulla aveva che
fare con la valutazione del merito di solvibilità del
debitore, ma che era invece dovuto ad attese immotivate di
cedimento sistemico dell'eurozona', la Bce ha lanciato 'il
programma Omt (Outright monetary transactions; Ndr)',
un'iniziativa di politica monetaria che consiste nella
possibilità da parte della Bce di acquisti sul mercato
secondario di titoli di debito pubblico'.

'I governi emittenti che ne chiedono l'attivazione -
continua Draghi - sottoscrivono con le autorità europee e,
possibilmente, con il Fondo monetario internazionale, un
programma di risanamento delle debolezze macroeconomiche e
strutturali'.

LA DIVERSITÀ DELLE CONDIZIONI FINANZIARIE
'Le misure decise della Bce - dice ancora Draghi - hanno
contribuito al superamento di gran parte della
frammentazione che aveva caratterizzato la provvista del
sistema bancario fino alla metà del 2012. Oggi la
dispersione nel tasso di crescita dei depositi bancari nei
vari Paesi dell'area è tornata ai livelli del 2007'.
'Il progresso sul fronte del credito è molto più lento'.

L'esistenza di ostacoli al finanziamento 'persiste ed è uno
dei maggiori fattori di eterogeneità fra i Paesi dell'area,
anche se non si limita ai soli Paesi sotto stress. Accanto a
Grecia, Irlanda e Spagna, infatti, tali ostacoli sono
segnalati in misura importante da Pmi operanti nei Paesi
Bassi (circa il 45% delle imprese rilevate). Un risultato,
questo, che riflette la considerevole eterogeneità delle
condizioni di prestito'.

Le ragioni per cui le banche non prestano sono, secondo
Draghi, 'mancanza di provvista, investimenti alternativi,
mancanza di capitale, avversione al rischio. La Bce ha fatto
moltissimo sui primi due fronti assicurando liquidità e
riducendo il premio al rischio di ridenominazione sui titoli
di Stato. Non può sussidiare i Governi comprando titoli di
Stato. Non può sussidiare gli azionisti delle banche,
evitando la pulizia dei loro bilanci con le necessarie
ricapitalizzazioni. Poco può fare direttamente per ridurre
l'avversione al rischio che frena i prestiti bancari'.

Ma anche su questo fronte, ricorda Draghi, 'la Bce ha
attivato una serie di misure. Da tempo alle banche è
permesso offrire come collaterale per i finanziamenti che
esse contraggono dalla Bce i prestiti ai loro clienti. Né
dobbiamo sottovalutare l'efficacia della politica monetaria
tradizionale'. Efficaci potrebbero essere anche 'interventi
nazionali, peraltro già collaudati in alcuni Paesi, con la
partecipazione di governi, banche pubbliche e agenzie di
sviluppo. La Bce ha avviato con la Bei e con la Commissione
europea iniziative mirate a ridurre la frammentazione del
credito nell'area dell'euro'.

A questo punto Draghi ricorda anche il ruolo importante del
'Consiglio europeo con l'unificazione dei sistemi di
vigilanza nazionali' e con 'la creazione di un meccanismo
europeo per la risoluzione delle banche', senza dimenticarsi
però che 'oggi la crescita è più debole in alcuni Paesi che
in altri, non solo perché il credito è scarso; era più
debole anche prima della crisi, nonostante una crescita
spesso tumultuosa della spesa pubblica, perché non si erano
volute affrontare fragilità strutturali, di cui oggi, dopo
la crisi - dice il presidente Bce - sentiamo tutto il
peso'.

QUALI RIFORME STRUTTURALI?
Per Draghi 'un'efficace promozione e tutela della
concorrenza, un adeguato grado di flessibilità del mercato
del lavoro che sia ben distribuito tra generazioni, una
burocrazia pubblica che non sia di ostacolo alla crescita,
un capitale umano adatto alle sfide poste dalla competizione
globale, un ambiente migliore sono fronti su cui, malgrado
progressi recenti, non poco resta ancora da fare, sia pure
in misura diversa nei singoli Paesi'.

'Non si dimentichi - avverte il presidente Bce - che, in un
contesto istituzionale in cui la solvibilità degli Stati
sovrani non è più un fatto acquisito e la governance
dell'Unione è ancora incompleta, la mancanza di credibilità
della finanza pubblica di un Paese si traduce rapidamente in
separazione delle banche di quel Paese dal resto del mercato
finanziario dell'euro e in mancanza di credito per il
settore privato di quel Paese: è l'esperienza che stiamo
vivendo'.

'Occorre però mitigare gli effetti inevitabilmente
recessivi del consolidamento di bilancio con una sua
composizione che privilegi le riduzioni di spesa pubblica
corrente e quelle delle tasse. La crescita del prodotto è
stata una condizione essenziale per l'affermazione del
modello sociale europeo', ricorda ancora Draghi.

'Oggi dobbiamo adeguare quel modello ai mutamenti richiesti
dalle dinamiche demografiche e dal nuovo contesto
competitivo globale. Occorre farlo per diminuire la
disoccupazione giovanile, per aumentare i consumi, per
preservare l'essenza stessa del welfare'.

'Una più equa partecipazione ai frutti della produzione
della ricchezza nazionale - ricorda in conclusione Draghi -
contribuisce a diffondere la cultura del risparmio e,
dunque, della compartecipazione. Sentirsi parte integrante
della nazione e cointeressati alle sue sorti economiche
aumenta la coesione sociale e incentiva comportamenti
economici individuali che conducono, nell'aggregato, al
successo economico della collettività'.

'Vi sono vari strumenti che i governi possono utilizzare
per perseguire questo obbiettivo ma prima di tutto la
coesione sociale va ricercata rimuovendo le barriere che
limitano le opportunità degli individui di perseguire i loro
progetti, che ne fanno dipendere i percorsi di vita dalle
origini familiari'. Ma potrebbe non bastare: 'Saranno
necessarie anche riforme che riducano ulteriormente le
barriere tra i singoli Stati membri, in particolare quelle
allo sviluppo di un singolo mercato europeo del lavoro e che
affermino un criterio di solidarietà condiviso'. (Public
Policy)

GAV

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