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DAL SALARIO "VARIABILE INDIPENDENTE" AL SALARIO INSUFFICIENTE AI CONSUMI

CRISI, UNA QUESTIONE DI SALARIO 28 maggio 2013

CRISI, UNA QUESTIONE DI SALARI

(Public Policy) - Roma, 28 mag - (di Aroldo Barbieri) Chi non
ricorda una certa affermazione massimalista che pretendeva che il
salario fosse una variabile “indipendente” dal conto economico?
Si era al culmine del processo di contestazione nato nel ’68,
contestazione “generazionale” nei confronti della classe dirigente,
formatasi in epoca fascista, “di classe” perché fino
ad allora gli operai, che avevano contribuito in modo
sostanziale al “miracolo economico”, proprio in virtù
di salari più bassi rispetto ai Paesi concorrenti,
costituivano la classe sociale che meno si era avvantaggiata
del boom.

Organizzata dal sindacato politicizzato, la classe operaia,
costituita in una potente corporazione fra le tante corporazioni
di casa nostra, spinse verso un assetto socioeconomico, che ebbe
l’effetto di portare l’Italia ad una serie di svalutazioni
competitive della moneta, accettate se non volute dalla controparte
datoriale, per evitare di affrontare i problemi che la società
del dopo boom poneva alla politica e alla classe dirigente del Paese.

Parallelamente cresceva a dismisura un terziario in larga parte
“parassitario” (burocrazia ma non solo), che oggi ancora pesa
sulla produzione sia come freno alla iniziativa, nonché per il costo
degli emolumenti e delle pensioni.

L’ingresso dell’Italia nell’euro ha posto fine alla prassi delle
svalutazioni competitive ed aperto alla precarizzazione del lavoro
e allo svuotamento dei redditi. In buona sostanza la società
italiana ha continuato a “tirare a campare” e a non pagare dazio
per molti anni ancora, penalizzando salari e stipendi, ma senza ridurre
il costo complessivo del lavoro, anzi finendo per renderli insufficienti
a sostenere la domanda interna e la capacità di soddisfare i bisogni
delle famiglie.

Flessibilità nell’impiego della mano d’opera e bassi salari hanno
inizialmente favorito la discesa della disoccupazione, ma si è trattato
di un fenomeno transeunte. Il resto è cronaca. Il prevalere in Europa
della ricetta tedesca, che poggia sulla moneta forte e sul pareggio di
bilancio, imponendoci un accellerato rientro dallo sbilancio dei conti pubblici,
ha evidenziato la grave carenza di competitività della nostra società,
da sempre poco rispettosa del criterio del merito.

Si è innescato un circuito perverso, questo ultimo sì dovuto soprattutto
a decisioni europee ma non solo, spaccando il continente tra centro nord
e sud mediterraneo, che somma inoccupazione dei giovani e delle donne a
disoccupazione, a cassa integrazione, mobilità etc. Un esercito di individui
che non lavora e nel caso di molti giovani, neppure studia (NEET).

In questo l’Italia detiene un non invidiabile primato, che va al di là di
Grecia e Spagna, che pure soffrono di percentuali di inoccupazione
giovanile più alte della nostra. L’altissima fetta di giovani “nulla facenti”
è specchio anche di un malinteso senso di protezione che ancora la famiglia
esercita nei loro riguardi.

Domani l’Italia, stressata da una riconversione forzata e accelerata della
sua economia e sottoposta da un’energica cura dimagrante, uscirà dalla
procedura di infrazione per deficit eccessivo, in cui si trova dal 2009.
Cosa attenderci? Non molto, nonostante le aperture della Francia verso una
maggiore intergrazione dell’Europa con annunciate cessioni di sovranità,
e il vertice di giugno, in cui, anche per iniziativa italiana, il lavoro,
in particolare quello dei giovani, sarà al centro della discussione.

La Germania non rinuncia, anche in questo caso, a proporre il proprio modello,
che ritiene migliore degli altri e più virtuoso e, sapendo di trovarsi in
sospetto dei partner, che vedono nel comportamento di Berlino una volontà
egemonica, ha messo in moto contatti bilaterali per spiegare la propria
soluzione al problema e fare adepti.

Quando usciremo dalla crisi? Si pensa che nell’ultimo trimestre dell’anno
il traino esterno potrebbe farsi sentire. La Confindustria preconizzò che
sarebbe stato necessario attendere il 2015 e sembrò un’enormità. Il documento
della CEI ha parlato addirittura del 2020. Insomma, il futuro del nostro
Paese è soprattutto nella nostre mani. Sulla base di quanto visto negli
ultimi quarantanni c’è da essere preoccupati. Non resta che volere, e volere
fortemente, un cambiamento di rotta. (Public Policy)

ABA

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