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Destinazione Italia, "La sensazione è di uno Stato che si arrende" /Intervista

Energia, collegato Manovra: salta la norma taglia-bollette 08 novembre 2013

investimenti esteri

L'OPINIONE DI GENNARO ZEZZA, ECONOMISTA E DOCENTE ALL'UNIVERSITÀ DI CASSINO

(Public Policy) - Roma, 6 nov - (di Ludovica Tartaglione) - È in arrivo il primo pacchetto attuativo di Destinazione Italia, il piano del Governo per attrarre e promuovere gli investimenti esteri in Italia. Le 50 iniziative individuate da Destinazione Italia toccano numerosi ambiti: dal fisco al lavoro, dalla giustizia civile alla ricerca, dal rafforzamento della rete estera al miglioramento della reputazione dell'Italia all'estero. Ma saranno davvero utili allo scopo finale, la crescita della nostra economia? Risponde Gennaro Zezza, economista e docente all'università di Cassino.

D. PROFESSORE, COSA PENSA DI QUESTA MISURA?

R. Mi ha colpito il primo slogan di Destinazione Italia: "Aprire l'Italia ai capitali e ai talenti del mondo". In un momento in cui i nostri migliori laureati emigrano per la mancanza di opportunità di lavoro, in cui i fondi all'università e alla ricerca vengono tagliati, leggere che il governo intende attrarre talenti in Italia suona come una beffa. Scorrendo i 50 punti delle proposte di Destinazione Italia la sensazione che si prova è quella di uno Stato che si è arreso. Nella incapacità di definire un piano per il rilancio dell'economia basato su una strategia di lungo periodo, e di trovare le risorse per finanziarlo, cerca di attirare capitali stranieri promettendo maggiore flessibilità nei rapporti di lavoro - e quindi maggiore precarietà per i lavoratori italiani - sgravi fiscali e una semplificazione degli adempimenti burocratici per l'avvio di nuove imprese.

D. QUEST'ULTIMO PUNTO, SE DAVVERO ATTUATO, SAREBBE UN PASSO IN AVANTI.

R. Lo sarebbe, certo. Ma sembra di capire che lo snellimento della burocrazia avverrà anche tramite una più facile esclusione dalle procedure delle amministrazioni locali, e quindi un minor controllo sociale sull'impatto delle iniziative di impresa sul territorio.

D. ATTRARRE INVESTIMENTI DALL'ESTERO È UNA PRIORITÀ PER OGNI GOVERNO. MA QUANDO IMPRENDITORI STRANIERI MANIFESTANO L'INTERESSE AD INVESTIRE IN SETTORI STRATEGICI DEL NOSTRO PAESE (COME NEGLI ULTIMI CASI TELECOM E ALITALIA), LE OPINIONI SI FANNO PIÙ CONTROVERSE. NON È UN PARADOSSO?

R. Abbiamo due grandi tipologie di investimenti esteri: la creazione di nuove imprese con capitali stranieri, oppure l'acquisizione del controllo di imprese già esistenti. Gli investimenti "buoni" ricadono più spesso nella prima categoria, perché creano posti di lavoro e portano nuove competenze nel territorio. È difficile che l'Italia attragga questo tipo di investimenti "greenfield" che di solito si concentrano nei Paesi in cui i mercati si stanno sviluppando - come in Cina - o dove serve lavoro poco qualificato a basso costo. Quando un investitore estero acquisisce il controllo di un'impresa già esistente, l'impatto sull'occupazione non è garantito, anzi spesso il nuovo management procede a ristrutturazioni che comportano perdite di posti di lavoro.

D. QUINDI SI TRATTA DI INVESTIMENTI ESTERI "CATTIVI" IN QUESTO CASO?

R. In linea generale bisogna ricordare che gli investimenti esteri non sono mossi da filantropia, ma dalla prospettiva di profitti: per un Paese con una solida storia industriale come l'Italia, dover sperare nell'investitore estero è l'ammissione di una sconfitta del management italiano e del governo nel non saper gestire aziende profittevoli. Esistono anche investimenti esteri propriamente "cattivi", quando sono tesi ad acquisire il controllo di un concorrente temibile ed eliminarlo dal mercato. "Destinazione Italia - dice ancora Zezza - promette di combattere la 'sindrome dell'outlet, per cui attrarre investimenti significherebbe svendere allo straniero per fare cassa'. Ma per farlo lo Stato deve mobilitare risorse e progettualità, stimolare il ritorno a contratti di lavoro retribuiti in modo da stimolare i lavoratori a contribuire al futuro di un'impresa innovativa, e non ho trovato questi provvedimenti nel documento".

D. COS'ALTRO DOVREBBE PREVEDERE UN INTERVENTO DI POLICY COME DESTINAZIONE ITALIA PER SCONGIURARE LA "SINDROME DELL'OUTLET" E ATTRARRE GLI INVESTIMENTI ESTERI UTILI PER IL NOSTRO PAESE?

R. Un Paese avanzato non dovrebbe aver bisogno di investimenti esteri propriamente detti - in cui cioè si cede il controllo dell'impresa - ma di partnership in cui si possano sfruttare sinergie tra tecnologie diverse, o sfruttare economie di scala. Molti Paesi avanzati usano queste strategie per favorire, per le proprie imprese, il raggiungimento di una dimensione adeguata al mercato internazionale. Prima di pensare a quali investimenti esteri vogliamo attrarre, l'Italia dovrebbe tornare ad una politica industriale basata sulla ricerca e l'innovazione, e non solo sul turismo e i beni culturali, che pure vanno valorizzati. Non ci sembra che Destinazione Italia preveda investimenti in ricerca o formazione, e il protrarsi dei tagli all'istruzione, alla ricerca, alla amministrazione della giustizia e al funzionamento degli enti locali non potranno che affossare il provvedimento.

D. COSA DICONO, INVECE, I DATI SUGLI INVESTIMENTI ESTERI IN USCITA DAL NOSTRO PAESE? LE IMPRESE ITALIANE INCONTRANO DEGLI OSTACOLI NELL'ACCEDERE AI MERCATI INTERNAZIONALI?

R. Non seguo abitualmente queste statistiche, e ho verificato sul sito dell'Eurostat. Per il 2011, ultimo anno in cui i dati sono disponibili per tutti i Paesi, l'Italia aveva un flusso di investimenti esteri in uscita pari al 2,4% del Pil. Meno della Francia (3,1%) ma più della Germania (1,4%). Se le nostre imprese trovano ostacoli - come leggiamo spesso sui quotidiani in occasione di tentate acquisizioni all'estero da parte di imprese italiane - i dati aggregati non segnalano un ritardo significativo rispetto agli altri Paesi europei di dimensione simile al nostro. (Public Policy) LUD

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