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ECONOMIA, ASPETTANDO L'INFLAZIONE IN UN MARE DI LIQUIDITÀ /ANALISI

stock-footage-money-rain 16 luglio 2013

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(Public Policy) Roma, 16 lug - (di Aroldo Barbieri) Al top c’è l’Inghilterra con più del 3%, ma anche in area Euro l’inflazione in giugno  è salita dell’1,6% dall’1,4% di maggio e dall’1,2% di aprile. Ma anche al di là dell’Atlantico la dinamica dei prezzi è segnalata in tensione all’1,8%, il rialzo più sostenuto degli ultimi cinque mesi. Ma solo nel caso della Gran Bretagna la dinamica inflattiva va oltre il limite del 2%, preso a benchmark dalle banche centrali come limite da non oltrepassare.

Da tempo ci si chiede se e quando la gigantesca immissione di liquidità, effettuata nel caso inglese e americano e quasi solo minacciata dalla Bce,  per salvare il sistema dal possibile tracollo si sarebbe tradotta in inflazione. Ora ci si chiede se siamo arrivati alla svolta tanto temuta. Bisogna distinguere. Il bastone del comando è in mano alla Fed. Ben Bernanke ha adombrato la fine dell’acquisto di titoli “caldi”(in ragione di 85 miliardi di dollari al mese) di qui a 18 mesi, se la ripresa Usa progredirà e soprattutto se porterà ad una congrua discesa del tasso di disoccupazione.

Questo messaggio è bastato a mettere in tensione i tassi di interesse e a far scendere le borse, seppure in via provvisoria. All’annuncio di Bernanke ha corrisposto quello ancor più tale di Mario Draghi. Il governatore della Bce ha dichiarato che la politica in area Euro resta “accomodante” e che i tassi di interesse resteranno ai livelli attuali (0,50%) per molto tempo ancora. L’effetto annuncio si è fatto sentire temporaneamente  sullo spread dei paesi mediterranei.

Usa ed Europa hanno esigenze distinte e distanti, perché al di là dell’Atlantico la ripresa è iniziata e si tratta di non soffocarla, ma anche di non far rialzare troppo la testa all’inflazione. In Europa la ripresa è ancora “in fondo al tunnel” e il debito pesa eccome (in Italia continua ad aumentare fino a 2.074 miliardi) e il solo sospetto di un aumento dei tassi sarebbe devastante.

Resta in piedi il dibattito “accademico” su come mai tanta liquidità non sia ancora tradotta in inflazione. Una tesi è che al di là dall’Oceano non sia divenuta  “offerta di moneta”, perché confluita in gran parte verso la stessa Fed, che remunera adeguatamente le giacenze. Diverso il caso europeo: mentre nei Paesi deboli la liquidità della Bce è stata utilizzata dalle banche per acquistare titoli del debito pubblico, in quelli “core” resta parcheggiata presso la stessa Bce senza alcuna remunerazione e quindi non entra in circolo, ma non mette in tensione neppure i tassi di interesse.

Di qui il tentativo  di Draghi di far pagare il deposito, per spingere certi Paesi a servirsi della liquidità e ridurre così le differenze all’interno della zona Euro. Ma la Germania si è opposta fin qui ai tassi negativi, sempre per timore dell’aumento dell’inflazione. In termini di macroeconomia il pericolo inflazione sarà comunque relativo fin quando la ripresa non sarà consistente e “il cavallo sarà tornato a bere”. (Public Policy) ABA

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