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ELEZIONI, DAMIANO (PD): IL LAVORO FATTO E QUELLO DA FARE /INTERVISTA

daniano 11 gennaio 2013



(Public Policy) - Roma, 11 gen - (di Laura Preite) "Me lo
sono sudato il risultato alle primarie" commenta Cesare
Damiano, capogruppo Pd in commissione Lavoro alla Camera. È
stato ministro del Lavoro del secondo Governo Prodi (dal
2006 al 2008), segretario generale della Cgil del Veneto e
negli anni Ottanta della Fiom del Piemonte.

Ha partecipato alle primarie per il Parlamento del partito
ottenendo il maggior numero di preferenze nel collegio di
Torino, quasi 6mila. Sarà capolista nel collegio Piemonte I
alla Camera alle prossime elezioni. Gli chiediamo dei
risultati raggiunti nella legislatura appena conclusa e di
cosa dobbiamo aspettarci sul tema del lavoro da un'eventuale
alleanza del Pd con la coalizione guidata da Mario Monti.

D. COME COMMENTA LE PRIMARIE?
R. Premia il lavoro che ho fatto in Parlamento. Su Torino,
pur non essendo il mio collegio elettorale, ho trascorso 30
anni della mia vita e ho agito sempre tra i lavoratori, i
pensionati, sui problemi sociali e credo che quelle persone
abbiamo in qualche modo riconosciuto la mia attività.

D. IL SUO BILANCIO DI QUESTA LEGISLATURA?
R. Il mio lavoro parlamentare è stato intenso, nei livelli
di produttività risulto il 49esimo su 630 parlamentari (dati
Openparlamento; Ndr), credo di essere l'11esimo tra i
parlamentari del Partito democratico. Sono primo firmatario
di 26 proposte di legge, 55 interrogazioni in commissione,
29 ordini del giorno e di quasi mille emendamenti.

D. QUAL È IL SUCCESSO CHE LA RENDE PIÙ ORGOGLIOSO?
R. Sono riuscito a portare a compimento la normativa sui
lavori usuranti che avevo già varato da ministro nel 2008.
Il governo era ormai caduto, eravamo in gestione
straordinaria e avevamo varato una delega che prevedeva fino
a un massimo di tre anni di deroga, per coloro che svolgono
attività usuranti, come lavoro notturno, in cava, miniera o
torbiera per esempio.

La delega era rimasta inattuata e poi
nel 2009 ha trovato attuazione esattamente sulla linea da me
proposta, con conseguente stanziamento finanziario di 2
miliardi in 10 anni.

Vuol dire consentire a quei lavoratori che certificano di
aver svolto un lavoro usurante di andare in pensione fino a
tre anni prima secondo le regole vigenti. Poi naturalmente
sono molto orgoglioso dell'attività che ho svolto per
salvaguardare i lavoratori rimasti vittime della riforma
Fornero sulle pensioni. La Corte dei conti ha dato il suo
parere sul decreto relativo ai 55 mila salvaguardati (con la
Spending review; Ndr) e sta predisponendo il testo dei
10mila.

D. HA DETTO CHE NON BUTTERETE LA RIFORMA FORNERO NEL
CESTINO, MA NE CORREGGERETE GLI ERRORI FONDAMENTALI. QUALI
SONO?
R. Siamo spesso accusati di voler far saltare tutto in
aria, di essere conservatori, chiusi all'innovazione. Non è
vero, vogliamo correggere i gravi errori commessi dal
Governo Monti. Per esempio sull'articolo 18 non ritengo che
si debba intervenire, il compromesso raggiunto da Bersani va bene.

Per quanto riguarda la flessibilità in ingresso ci
sono notevoli incongruenze rilevate sia da Confindustria che
dai sindacati, l'unica soluzione è aprire un tavolo di
concertazione per trovare soluzioni migliori e condivise.
Non penso che si debba tornare come dice Brunetta (Renato,
Pdl; Ndr) alla legge Biagi, bisogna tornare alla riforma
Damiano del 2007 (n.247; Ndr).

D. QUAL ERA IL PUNTO QUALIFICANTE DELLA SUA RIFORMA E COSA
FARETE SUL TEMA DEL LAVORO SE ANDRETE AL GOVERNO?
R. Avevamo cancellato il lavoro a chiamata, mantenendolo
solo nel settore del turismo e dello spettacolo e lo staff
leasing. Dovremmo, inoltre, disciplinare diversamente da
com'è fatto oggi il part-time per renderlo più favorevole ai
lavoratori, così come il contratto a termine. Infine, far
costare di meno il lavoro stabile rispetto al lavoro
flessibile attraverso la diminuzione del cuneo fiscale.

D. BISOGNA TOCCARE LE TUTELE DEI LAVORATORI A TEMPO
INDETERMINATO?
R. Non penso si debbano toccare le tutele del lavoro a
tempo indeterminato. Non ho mai creduto alla favola che
togliere ai padri significa dare ai figli. Fino ad ora
abbiamo visto che i governi Berlusconi e Monti hanno tolto
ai padri senza dare ai figli.

D. CI SONO ALTRI PUNTI DA CORREGGERE DELLA RIFORMA FORNERO?
R. Il punto più importante e a cui tengo molto è quello
degli ammortizzatori sociali, che devono essere modulati in
modo tale da mantenere le vecchie regole per il tempo della
durata della crisi, altrimenti corriamo il rischio di avere
ammortizzatori più brevi in una crisi che si prolunga.
Del resto abbiamo già rimandato al 2015, con un emendamento
bipartisan, l'introduzione delle nuove regole sulla
mobilità, riuscendo a raggiungere questo compromesso con il
ministro che non ha voluto rimandare l'entrata in vigore
dell'Aspi (Assicurazione sociale per l'impiego; Ndr) come
chiedavamo.

D. L'ASPI AUMENTA LA PLATEA DEI PROTETTI, MANTERRETE LA
TUTELA PER LORO?
R. L'Aspi include il lavoro di apprendistato e i soci delle
cooperativa. Io sono perché formule di assicurazione come la
cassa integrazione o l'Aspi siano universali ma non possiamo
avere riforme che, mentre allontanano il momento di andare
in pensione, accorciano il tempo della tutela, in questo
modo si creano lavoratori senza reddito in modo strutturale.

D. QUINDI LEI DICE CHE NON POSSIAMO INTERVENIRE SUL TEMA
DEGLI AMMORTIZZATORI PERCHÉ LA CRISI MORDE TROPPO?
R. Ritengo che le tutele debbano essere universali, tutti i
fattori di inclusione vanno preservati, si tratta di
modulare l'intervento. Al Governo direi, il 2013 è peggio
del 2012, teniamo le vecchie regole per la cassa
integrazione il più possibile fintanto che c'è la crisi. A
quelli che hanno avuto qualcosa in più con l'Aspi,
teniamolo. Non mi chieda una ricetta al millimetro, in
questo momento.

D. LEI HA CONDOTTO UNA BATTAGLIA PER DIFENDERE GLI ESODATI,
ARGOMENTO CHIUSO?
R. Per nulla, è più che mai aperto, va risolto. Ne abbiamo
salvati 130mila e non basta. Abbiamo costituito un fondo
(con la legge di Stabilità; Ndr) in cui possono confluire
risorse che servono per risolvere via via il tema. Tutti
quelli che hanno il diritto di andare in pensioni con le
vecchie regole dovranno andarci. È un fenomeno che si
presenterà da qui al 2020, lo affronteremo un anno per
volta, nessuno può essere lasciato a piedi.

D. L'USCITA DEL SENATORE PIETRO ICHINO DAL PARTITO CONSENTE
UNA POLITICA SUL LAVORO DIVERSA?
R. La politica del lavoro del Partito democratico è stata
decisa in assemblee e conferenze nazionali e non era quella
sostenuta da Pietro Ichino. Io e Fassina (Stefano,
responsabile Pd Economia; Ndr), che rappresentiamo un altro
punto di vista abbiamo avuto la maggioranza dei sostegni
alla nostra linea.

D. UN'ALLEANZA CON MONTI AL SENATO POTREBBE METTERE IN
PERICOLO LA VOSTRA LINEA SUL LAVORO?
R. È finito il tempo nel quale governa chi perde, governa
chi vince. Se noi vinciamo vuol dire che noi avremo l'Agenda
Bersani, non l'Agenda Monti. Troveremo i compromessi ma
sulla linea contenuta nella Carta d'Intenti che abbiamo
scritto.

D. IL LAVORO È UN TEMA DA COMPROMESSI?
R. Quando si fa, se si fa, un accordo con qualcuno, per
qualsiasi argomento si trovano sempre dei compromessi, però
il compromesso deve iscriversi in una strategia, in una
linea di tendenza.
Noi vogliamo vincere le elezioni, essere autosufficienti
alla Camera e al Senato, se si renderanno necessarie le
alleanze, lo valuteremo e le faremo. Con gli alleati
troveremo dei punti di contatto su una linea di
discontinuità con l'impostazione voluta dal Governo Monti.
Basta con il solo rigore, noi vogliamo al rigore
accompagnare sviluppo ed equità sociale, mettere mano con
correzioni profonde alle riforme Fornero sulle pensioni e
sul mercato del lavoro. (Public Policy)

LAP

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