Public Policy
Facebook Twitter Feed RSS

ENERGIA, UNA QUESTIONE DI GAS: ECCO PERCHÈ IN ITALIA COSTA TANTO /FOCUS

17 maggio 2013

ENERGIA, UNA QUESTIONE DI GAS: ECCO PERCHÈ IN ITALIA COSTA TANTO /FOCUS

UN'INTERROGAZIONE PD: IL GOVERNO COSA DIRÀ ALL'ENI PER EVITARE AGGRAVI?

(Public Policy) - Roma, 13 mag - (di Gaetano Veninata) Il
Governo spiegherà all'Eni come fare per 'scongiurare ogni
azione che nel breve periodo porti ad ulteriori aggravi
tariffari' in bolletta, permettendo allo stesso momento
all'Italia di arrivare 'a una corretta diversificazione
delle fonti e delle rotte di approvvigionamento del gas'?
Se lo chiedono (anzi: lo chiedono al ministro dello
Sviluppo economico Flavio Zanonato) due deputati del Pd,
Gianluca Benamati e Cristina Bargero, con un'interrogazione
scritta in commissione Attività produttive alla Camera.

In attesa della risposta di Zanonato, e di un Governo Letta
affaccendato al momento in tutt'altre questioni (dall'Imu
alla Cig in deroga), Public Policy ha chiesto a Marzio
Galeotti, direttore di ricerca al Centro sull'economia e
politica dell'energia e dell'ambiente (Iefe) della Bocconi,
nonchè professore alla Statale di Milano, di fare il punto
sullo stato della questione energetica italiana.

A partire proprio dai temi posti dagli interroganti: Sen
(Strategia energetica nazionale), contratti 'take or pay',
politica dell'Eni dopo la cessione della quota di Snam,
diversificazione delle fonti e incentivi alle rinnovabili.

LA SEN, IL GOVERNO LETTA E LA TRASPARENZA
Secondo Benamati e Bargero bisogna agire, nella politica
energetica futura, 'in coerenza con i propositi espressi
nella Sen'. La Strategia energetica nazionale, pubblicata
dal ministero dello Sviluppo economico l'8 marzo 2013, è
quel documento fortemente voluto dall'ex ministro Corrado
Passera che traccia le linee future del destino energetico
italiano. A Galeotti, parlarne 'fa un po' specie'.

Perchè? 'Perchè questo Governo ha altre emergenze e altri
scopi. La Sen è un documento di indirizzo, cioè senza
nessuna forza giuridica che non è stato nemmeno approvato
dal Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione
economica; Ndr). La sua valenza normativa è praticamente
nulla'.

Detto questo, 'ci sono cose positive e altre meno, in ogni
caso si pone alcuni obiettivi e degli orizzonti'. Tra le
cose positive, quello che potremmo definire il suo metodo di
stesura: 'La Sen è un documento che è stato predisposto e
poi messo in consultazione pubblica per un paio di mesi.
Anche lo Iefe con cui collaboro ha partecipato ed è stata
un'idea apprezzabile. Però poi non c'è stata trasparenza nel
far capire in che modo la Sen abbia tenuto conto delle
indicazioni, nel senso che non si sa chi ha proposto cosa'.

Il testo venuto fuori ha, secondo Galeotti, 'mantenuto come
aspetto positivo l'enfasi sull'efficienza energetica, che si
conferma come l'opzione più importante per raggiungere gli
obiettivi che ci chiede l'Europa'.

UNA QUESTIONE DI GAS
L'interrogazione dei deputati Benamati e Bargero si
concentra soprattutto sul gas naturale, visto che il nostro
sistema energetico nazionale ne usa parecchio, 'anche
rispetto alla media europea'; e visto e considerato che
secondo gli interroganti 'le ragioni possibili degli elevati
costi del gas nel recente passato potrebbero risiedere in
qualche forma di rendita di posizione esistente legata alla
limitata apertura del mercato nazionale', o, in alternativa,
'a una ridotta capacità di contrattazione di condizioni di
approvvigionamento più convenienti'.

È vero, dice Galeotti, 'oggi l'Italia è molto sbilanciata sul
gas, lo usa per produrre elettricità a differenza di altri Paesi
anche europei e ne usa una percentuale significativamente
maggiore. Ci sono certamente ragioni storiche, ma non solo'.

E dunque, che fare? 'Bisognerebbe diversificare, perchè non
è mai sano dipendere così fortemente da un'unica risorsa per
di più importata. In questo campo siamo il Paese, in Europa,
dopo Cipro e Malta, più dipendente dall'estero'.

Tanto dipendente che l'interrogazione definisce una via
'assolutamente da perseguire' quella che porta 'ad aumentare
la produzione interna di gas e petrolio'. E anche la Sen, a
parole, spinge in quella direzione. In maniera un po'
confusionaria, secondo Galeotti: 'La Sen ha mantenuto
quest'idea di fare dell'Italia un hub del gas del Sud
Europa, dovremmo diventare uno snodo di flussi di gas che
provengono dal Sud e dall'Est e transitano dall'Italia in
direzione Nord Europa'.

Fin qui tutto bene, ma c'è un 'ma' chiamato crisi
economica: 'Su quest'idea dell'hub c'è molto dibattito -
dice ancora il direttore dello Iefe - perchè porta con sé
degli interventi infrastrutturali la cui utilità in questo
momento di grande recessione e di crollo della domanda di
gas e di energia sono fortemente messi in discussione'.

L'idea è quella di 'fare dei nuovi rigassificatori, così
possiamo andare a comprare il gas che viene potenzialmente
un domani dagli Stati Uniti, che ne esporterà molto, che
costerà molto meno e che noi compreremo per venderlo al Nord
Europa. A questo punto uno si chiede: ma il Nord Europa ha
bisogno di questo gas, ce lo chiederà? Diciamo che in questo
momento di crisi è tutta una questione che alimenta più il
dibattito che altro'.

DAL 'TAKE OR PAY' ALLO 'SHALE GAS'
L'interrogazione dei deputati Pd chiede al ministro
Zanonato come e quando il Governo chiederà all'Eni lumi su
come, 'nel medio periodo', intenda prendere una strada che
conduca 'alla diversificazione delle fonti e delle rotte
geopolitiche di approvvigionamento del gas'. Tutto in vista
- scrivono ancora i due deputati del Pd - della
'stabilizzazione strategica dei punti di approvvigionamento
e la riduzione dei costi'.

L'Italia, tramite l'Eni, 'ha molto spesso provveduto ad
approvvigionarsi verso i Paesi e le aziende fornitrici con
contratti di tipo 'take or pay'', che non hanno 'messo il
Paese - a detta dei deputati - al riparo dalle crisi delle
forniture, comportando al contrario costi significativi che
si riverberanno sulle bollette dei clienti, in special modo
nei periodi di crisi e di bassi consumi'. La stessa azienda,
ricordano Benamati e Bargero ha, nel recente passato, 'posto
il tema della remunerazione della presunta sicurezza
implicata dai contratti take or pay', come sottolineato da
'recenti dichiarazioni' dell'ad Paolo Scaroni.

Innanzitutto, di che tipo di contratti si tratta? 'La caratteristica
dei contratti take or pay - spiega Galeotti - è questa: tu ti obblighi a
un certo prezzo a ritirare un certo quantitativo durante un
certo periodo di tempo. Se tu non lo ritiri tutto, lo paghi
lo stesso'. Sono tipologie di contratti che 'hanno avuto una
funzione storica - dice ancora il professore - e trovano la
loro giustificazione nell'enorme dipendenza energetica
dell'Italia'.

La verità è che 'ci dobbiamo assicurare le forniture per un
certo periodo di tempo: questa forma di assicurazione, come
altre, comporta un premio sotto forma di un maggiore prezzo
rispetto a quello che altri troverebbero pagando un metro
cubo di gas sul mercato internazionale di qualche altro
posto. Ha funzionato, ma di per sé comporta un costo
dell'energia maggiore rispetto a quello degli altri Paesi
europei. Finchè la fornitura di gas avviene attraverso tubi,
la tipologia di contratti è take or pay, un costo in più ma
abbiamo questa assicurazione'.

Finchè la fornitura di gas arriva attraverso tubi,
sottolinea Galeotti. Perchè non esistono solo i tubi; o
meglio, non più. E qui Galeotti ripercorre, brevemente, una
storia fatta di scoperte (degli altri) e ritardi (nostri):
'Si sviluppa - dice usando il presente storico - la
tecnologia di liquefazione e rigassificazione: in certi
Paesi arabi, ad esempio il Qatar, le previsioni danno in
crescita il mercato internazionale del gas liquefatto (Gnl).
Benissimo, pensiamo noi: costruiamo qualche rigassificatore
perchè ci permette di diversificare geograficamente
l'importazione'.

Possiamo così ridurre, continua Galeotti, 'la nostra
dipendenza dai russi o dagli algerini, permettendoci altresì
di spuntare dei prezzi più bassi, o riducendo
progressivamente l'impatto dei take or pay'. Fin qui le
ipotesi (passate). Poi arriva lo shale gas (gas estratto da
argilla tramite il 'fracking', che consiste nello sparare ad
alta pressione acqua con additivi chimici, in modo da
frammentare la roccia e far uscire il gas; Ndr) ed è una
'rivoluzione, a causa delle ingenti riserve scoperte, ad
esempio, negli States'.

L'abbondanza a stelle e strisce di gas fa infatti 'crollare
il prezzo del gas stesso, che negli Usa viene usato in
maniera crescente per produrre elettricità riducendo il
ruolo del carbone che tradizionalmente era molto importante,
e soprattutto gli statunitensi non vanno più a prendere gas
altrove. Anzi - ricorda Galeotti - si prevede che gli Usa
inizieranno ad esportarlo e questo farà crollare il prezzo
del gas 'spot' sul mercato (quello che arriva sulle navi e
compri al momento; Ndr)'. Cosa c'entra tutto questo con
l'Italia? 'Che tutto ciò sta mettendo in crisi i contratti
take or pay, i quali a questo punto costano troppo'.
Il nostro Paese rimane dunque 'vincolato largamente a dei
contratti con dei prezzi estremamente elevati quando
sappiamo che c'è abbondanza di gas che costerebbe poco.

Quindi, siccome c'è la crisi economica, l'Eni è lì a cercare
di rinegoziare i termini di questi contratti con Gazprom. E
anche i russi sono preoccupati per l'incremento di questo
nuovo shale gas, che mette in crisi il suo potere
monopolistico sui mercati europei'.

Qui entra in gioco il recente scorporo della maggioranza di Snam
da Eni: 'La maggioranza della Snam è oggi della Cassa depositi e
prestiti - spiega ancora Galeotti - un risultato importante
voluto fortemente dall'ex ministro Corrado Passera. Ha
permesso in linea di principio di rendere il mercato del gas
più aperto, più concorrenziale. L'effetto ultimo dovrebbe
essere un prezzo all'ingrosso più basso rispetto ad avere la
presenza di un grosso monopolista, o meglio di un grosso
operatore sul mercato'.

Ma l'Eni controlla ancora i tubi di approvvigionamento:
'Qui entra in gioco il ruolo della politica nel regolare i
canali di accesso all'importazione. Ma se noi aumentiamo la
possibilità di importare gas in modi diversi, e faccio
riferimento - dice Galeotti - essenzialmente al gas
liquefatto, cioè che arriva via nave, questo riduce la
dipendenza dai tubi. L'idea dei rigassificatori ha quindi la
valenza di ridurre il potere monopolistico di chi ha presa
sui tubi'.

Ma si tratta di infrastrutture che costano molto, come
detto, e secondo il professore è di difficile attuazione in
questo momento storico: 'Le singole imprese che devono
sostenere un costo molto ingente per costruire i
rigassificatori, ovviamente si interrogano: se non sanno
come riempire i rigassificatori di gas e come venderlo,
perchè c'è la crisi, non saranno incentivate a costruire
tali infrastrutture'.

COSTO DELL'ENERGIA, COLPA DEL MIX
L'interrogazione dei parlamentari Pd si concentra sugli
incrementi in bolletta 'di più del 20% a fronte di una
diminuzione di costi della materia prima (il gas naturale;
Ndr), solo l'ultimo anno (da gennaio 2011 a fine 2012; Ndr),
sul mercato 'spot', di circa il 15%'. E più volte pone
l'accento su quello che definisce 'un dato acquisito': 'Il
costo dell'energia è mediamente più alto nel nostro Paese
rispetto alla media europea non solo per il settore
dell'energia elettrica ma anche per gli impieghi energetici
di carattere generale'.

Vero, ma solo in parte, risponde indirettamente Galeotti:
'Il problema è che si continua a dire che paghiamo di più e
quindi bisognerebbe ridurre il costo dell'energia, ma si
dimentica fondamentalmente che quando parliamo di bolletta
pensiamo alla bolletta elettrica e a quella del gas. E il
fatto che costi di più rispetto alla media europea è perchè
il nostro mix energetico è diverso da quello di altri Paesi.
In Francia fanno l'elettricità con il nucleare,
automaticamente hanno un'elettricità che costa meno'.

'L'Europa è un insieme di Paesi con mix energetici molto
diversi - continua Galeotti - ed è questo per primo
l'elemento che determina delle differenze di costo. Il
riferimento all'Europa è dunque spesso pretestuoso. Questo
non vuol dire che non dobbiamo sicuramente adottare delle
politiche per far sì che il costo della nostra energia si
riduca'.

Sì, ma quali? C'è chi dice di tornare a puntare sul
carbone, che costa sicuramente meno. 'Sarebbe una soluzione
sbabliata', per Galeotti, 'perchè costa sì di meno ma
inquina di più, e poi lo scotto lo pagheremmo lo stesso con
l'Unione europea'. Una soluzione potrebbe essere 'il
risparmio energetico e un maggiore ricorso alle
rinnovabili'.(Public Policy)

GAV

© Riproduzione riservata