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Europee, "l'affluenza sarà bassa, per governi l'Ue è un capro espiatorio"

ue 25 febbraio 2014

ROMA (Public Policy) - (di Federica Ionta) "Più della metà delle leggi italiane deriva dalla normativa dell’Ue, per questo l’elezione del Parlamento europeo non va presa sottogamba ma come l’opportunità di portare avanti un interesse nazionale a Bruxelles".

Così Lucio Battistotti, direttore della Rappresentanza in Italia della Commissione europea, sulla prossima tornata elettorale del 22-25 maggio 2014, che per la terza volta vedrà i cittadini italiani votare i propri rappresentanti al Parlamento europeo. In ballo temi importanti come l’occupazione giovanile, il rilancio della piccola e media imprenditoria, gli investimenti in ricerca e la green economy.

D. BATTISTOTTI, CHE AFFLUENZA VI ASPETTATE ALLE ELEZIONI DEL 22-25 MAGGIO PROSSIMI?
R.
Le attese sono piuttosto basse, considerato anche l’allontanamento generale dei cittadini dalle istituzioni e dalla politica. Questo oggi è valido per tutta l’Europa e anche per l’Italia, storicamente un Paese con un tasso di affluenza alle urne tra i più elevati nel Vecchio Continente. Non ci aspettiamo una grandissima partecipazione. Sarebbe invece importante per i cittadini andare a votare.

D. PERCHÉ?
R.
Perché oggi le decisioni che ci riguardano, anche se pochi sottolineano questo dato, dipendono sempre più da Bruxelles. Tra il 60 e il 70% delle normative che riguardano la vita dei cittadini degli Stati membri vengono da Bruxelles e da Strasburgo. Non prendiamo sottogamba l’elezione del Parlamento europeo pensando, come forse si faceva una volta, che si mandano a Bruxelles i deputati di seconda linea.

D. IN PASSATO CI SONO STATE POLEMICHE SULL'ASSENTEISMO DEGLI EURODEPUTATI ITALIANI
R.
Questo era vero in passato, adesso non lo è più. In generale oggi i deputati italiani sono molto presenti, lavorano molto. C’è poi un altro elemento importante: i nostri rappresentanti a Strasburgo sono divisi in delegazioni nazionali all’interno dei partiti politici europei. Far parte del Parlamento europeo è quindi importante perché ti consente di influenzare una futura norma con una visione italiana che altrimenti non verrebbe presa in considerazione.

D. L’EUROPA È SPESSO ACCUSATA DI SCARSA DEMOCRATICITÀ NEI MECCANISMI DI FUNZIONAMENTO E TANTA BUROCRAZIA. LEI COSA NE PENSA?
R.
Si tratta di un’accusa infondata. Con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona il ruolo del Parlamento è diventato più importante e oggi la funzione legislativa dell’Unione europea è svolta in effetti da due camere, secondo il principio della co-decisione. Da un lato abbiamo il Parlamento, eletto dai cittadini, dall’altro il Consiglio, fatto dai governi. Sono entrambi organi espressione della volontà popolare, diretta e indiretta, dunque riflettono la struttura della democrazia parlamentare.

D. L’OPINIONE PREVALENTE È PERÒ QUELLA DI UNA BRUXELLES LONTANA DALLA VITA QUOTIDIANA DELLA GENTE. SECONDO I SONDAGGI LA MAGGIOR PARTE DEI CITTADINI EUROPEI NON CAPISCE L’EUROPA
R.
C’è un difetto di comunicazione. L’Unione europea è una realtà complessa, composta da 28 Stati membri che parlano 23 lingue diverse. Questa è la nostra ricchezza ma anche la nostra grande difficoltà. Comunicare in modo chiaro tutto ciò che si fa per i cittadini è difficile, c’è sicuramente un problema di informazione. In parte ciò è responsabilità delle stesse istituzioni, in parte dei governi, che spesso usano l’Europa come capro espiatorio.

D. E L’EUROPA DELLA CRISI ECONOMICA?
R.
La crisi, in cui siamo ancora purtroppo e che è nata come finanziaria, si è trasformata in una crisi strutturale. Bisognerà essere coscienti del fatto che non possiamo pensare di tornare come eravamo prima e che è in atto un riassetto mondiale del peso delle varie economie. L’Unione europea però ha preso delle misure condivise in risposta a questa crisi. Ad esempio la supervisione bancaria centralizzata è diventata una realtà. Questo è un punto fermo importante, perché vuol dire che abbiamo messo a punto degli strumenti comuni.

D. COME SI PIAZZA L’ECONOMIA ITALIANA IN QUESTO NUOVO CONTESTO GLOBALE?
R.
L’economia italiana va male perché c’è poca domanda interna, perché circolano pochi soldi; ma l’export italiano è tutt’ora molto importante. Le nostre esportazioni nel 1995 rappresentavano il 4,5% del commercio mondiale: una quota importante per un Paese piccolo. Nel 2011 sono scese al 2,6%, ma non perché esportiamo di meno. La bilancia dei pagamenti italiani oggi è in attivo di 50 miliardi di dollari, siamo un Paese ancora importante dal punto di vista manifatturiero. In meno di 20 anni la nostra quota sul commercio mondiale è dimezzata perché si è allargata la base di riferimento e altri Paesi si sono affacciati sul mercato.

D. OLTRE ALLE ELEZIONI DI MAGGIO, NEL SECONDO SEMESTRE DEL 2014 L’ITALIA AVRÀ LA PRESIDENZA DI TURNO DELL’UNIONE EUROPEA. CHE SIGNIFICATO HA QUESTO DOPPIO APPUNTAMENTO?
R.
È senz’altro importante, perché il semestre di presidenza è un’occasione per influenzare l’agenda dei lavori e un certo numero di Consigli dei ministri settoriali, dall’agricoltura all’industria. Due delle priorità dell’Italia saranno quelle del rilancio economico e dell’area mediterranea, a partire dal discorso sulle migrazioni che vogliamo siano gestite da una politica europea a tutto tondo, anche con la presa in conto delle esigenze italiane.

D. IN GENERALE, QUALI SONO LE PRIORITÀ DELL’EUROPA PER I PROSSIMI ANNI?
R.
Promuovere un’economia più intelligente, soprattutto migliorando la formazione e l’accesso allo studio, migliorare la competitività delle imprese incentivando la ricerca tecnologica. Anche in questa direzione va l’industrial compact: nel settore manifatturiero si fa R&S e questo genera un indotto positivo per tutto il sistema economico. E ancora risparmio energetico ed economia verde: sono due obiettivi forti dell’Unione che stanno un po’ dentro tutte le politiche, sono trasversali.

D. PARLANDO DI GREEN ECONOMY E RIDUZIONE DELLE EMISSIONI, LA DECISIONE DI BRUXELLES DI TAGLIARE DEL 40% I GAS SERRA NON È STATA BEN ACCOLTA DAL MONDO IMPRENDITORIALE. ANCHE LA CONFINDUSTRIA SI È DETTA PREOCCUPATA PER QUESTO VINCOLO
R.
Se sono soltanto le industrie europee a tagliare sulle emissioni di inquinanti si rischiano ripercussioni negative in termini di competitività. Ma è anche vero che, laddove tu fai ricerca e riduci i consumi energetici, questo fa aumentare la produttività. La green economy e la white economy creano posti di lavoro che costano poco in termini di capitale fisso, ma rendono molto.

D. LA DISOCCUPAZIONE, SPECIE QUELLA GIOVANILE, È UN ALTRO NODO FONDAMENTALE DA SCIOGLIERE
R.
In Europa c’è la rete Eures che interconnette tutti i centri dell’impiego europei. Da noi non funziona ancora come dovrebbe, perché in Italia le competenze dei centri per l’impiego sono regionali, ma l’obiettivo è di arrivare a un network sovranazionale per realizzare la mobilità dei lavoratori all’interno dell’Ue. Un altro strumento che si vuole attivare è quello della 'Garanzia giovani', per cui le istituzioni nazionali si impegnano a trovare un tirocinio o un corso di formazione ai giovani entro 4 mesi dalla laurea. In generale le priorità della Commissione per i prossimi anni stanno tutte in quella che noi chiamiamo la Strategia Europa 2020.

D. STRATEGIA 2020, IL PACCHETTO 20-20-20 PER IL CLIMA, L’INDUSTRIAL COMPACT CHE FISSA L’OBIETTIVO DEL 20% DI QUOTA MANIFATTURIERA SUL PIL ENTRO IL 2020. QUESTO NUMERO “2020” È PIÙ UNO SLOGAN O EFFETTIVAMENTE UN TRAGUARDO?
R.
L’Unione europea ha due bilanci: uno annuale e uno pluriennale, deciso ogni 7 anni. Il 2014 apre la nuova fase di programmazione settennale, dentro cui si iscrivono tutte le politiche dell’Unione che hanno una logica di medio periodo perché sono finalizzate a realizzare progetti di impatto lungo un arco temporale di 7 anni. Oggi tutti i programmi europei di ricerca, per le imprese, per i giovani, per la coesione territoriale, per lo sviluppo del territorio guardano al 2020. Si tratta dunque di un vero obiettivo temporale per quello che vogliamo realizzare. (Public Policy)

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