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GIUSTIZIA, LE PRIORITÀ DEI PM SONO QUESTIONI DI POLITICA CRIMINALE /INTERVISTA

giustizia 21 gennaio 2013

PALAZZO DI GIUSTIZIA

(Public Policy) - Roma, 21 gen - (di Leopoldo Papi) La questione della
giustizia, in tempi di campagna elettorale, non riguarda
solo i magistrati in politica. Tutti i partiti riconoscono
la necessità di una riforma, ma le posizioni sono diverse:
c'è chi enfatizza il problema dell'efficienza, e chi si
spinge oltre, toccando questioni di principio, come la
separazione delle carriere.

Per Giuseppe di Federico,
professore emerito di Ordinamento giudiziario all'università
di Bologna, un passato da membro del Csm e da presidente
dell'European Research Network on Judicial Systems, il
problema di fondo sembra quello della responsabilizzazione
dei pubblici ministeri e dei giudici penali in genere.

Questione da non ridurre alla 'responsabilità civile' che,
sostiene, in fondo è marginale. Ma che riguarda piuttosto la
candidabilità, le valutazioni di carriera, e il problema
dell'obbligatorietà dell'azione penale.

D. PARTIAMO DAI MAGISTRATI IN POLITICA, COSA NON LE STA
BENE?
R. Prima di tutto il fatto che non c'è in nessun Paese
europeo una commistione tra magistratura e classe politica
come c'è in Italia. Abbiamo avuto magistrati nelle liste
elettorali dei vari partiti fino a un massimo di 50 nel
1996. E poi numerosi magistrati eletti in Parlamento, fino a
un massimo di 27, magistrati membri del Parlamento europeo,
magistrati ministri, magistrati sottosegretari, presidenti
di Regione, sindaci di grandi e piccole città.

Magistrati dappertutto: 220 sono fuori ruolo nelle varie posizioni.
Questo però non è indicativo del fenomeno della commistione,
è anzi la punta di un iceberg, perché non tutti quelli che
si rivolgono ai partiti per ottenere incarichi di
rappresentanza politica, poi riescono ad ottenerle.

Un altro piccolo problema, poi neanche tanto piccolo, è
quello della presenza dei magistrati nei 'gangli
decisionali' dello Stato. Non solo in Parlamento quindi, ma
anche nei vari ministeri, in posizioni rilevanti come i capi
di Gabinetto. Al ministero della Giustizia, l'ufficio
legislativo è tenuto tutto da magistrati. E poi la Corte
costituzionale, la presidenza del Consiglioà si spiega così
come fare le riforme in materia di giustizia sia
difficilissimo, perché riescono a intercettare le riforme
ancor prima che arrivino in Parlamento e a soffocarle dopo,
o a interpretarle come vogliono successivamente.

O a fare ricorsi alla Corte costituzionale, dove, guarda un
po', tutti gli assistenti di studio dei giudici
costituzionali sono magistrati ordinari che aiutano i
giudici costituzionali a considerare l'eccezione di
costituzionalità presentata dai colleghi.

Ma la cosa più incredibile
è che in Italia c'è una legge che vieta ai magistrati di
iscriversi ai partiti politici, con cui si pensava di
garantirne l'indipendenza. Ma poi si consente che i
magistrati rappresentino i partiti in tutte le istituzioni,
e allora lei capisce che questa è una grande ipocrisia.
Questo danneggia ovviamente l'immagine dell'indipendenza
della magistratura.

D. TRA I PROBLEMI CHE LEI HA SEMPRE INDICATO NELLA
GIUSTIZIA ITALIANA C'È QUELLO DELL'OBBLIGATORIETÀ
DELL'AZIONE PENALE. PERCHÉ?
R. L'obbligatorietà dell'azione penale è la 'madre' di
tutti i problemi. Oggi in Italia un pubblico ministero può
far partire, sulla base di cose che lui stesso ritiene
esistano, un processo su ciascuno di noi, e sottoporci a
quella 'sanzione informale' che è il processo penale -
perché il processo penale, mentre va avanti, distrugge la
vita delle persone, è una spada di Damocle con conseguenze
sociali, politiche, economiche, familiari - e si ignora una
realtà molto forte: se alla fine si viene a sapere che non
c'era neanche una ragione per fare quel processo, al
magistrato non viene alcuna responsabilità. Può infatti
sempre dire, e vedersi riconoscere, che non poteva fare
altrimenti perché c'è l'obbligatorietà: se riteneva che ci
fosse un sospetto non poteva non agire.

Non c'è Paese democratico in cui esista questo sistema.
L'obbligatorietà è stata messa dal costituente per
proteggere l'eguaglianza dei cittadini sul presupposto che
tutte le violazioni di legge potessero essere perseguite.
Questo è impossibile: e quindi a scegliere di volta in volta
sono i singoli procuratori. Cosa c'è di più contrario
all'eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge? La
grande maggioranza delle persone incriminate in "mani
pulite" sono state assolte. È stata spazzata via un'intera
classe politica, la cui maggioranza è risultata innocente.
In qualsiasi Paese ci si sarebbe domandato cosa non ha
funzionato.

D. COSA SI DOVREBBE FARE?
R. Inventarsi una procedura per definire le priorità.
Alcuni magistrati lo hanno capito, come il procuratore di
Torino Marcello Maddalenna, che ha definito un elenco di
priorità per l'esercizio dell'azione penale. Questo ha
creato un minimo di trasparenza. Ma se l'elenco viene
violato il cittadino non può comunque protestare. È
un'iniziativa positiva che tuttavia non responsabilizza,
perché un'eventuale violazione delle norme date non può
dare a nessuno modo di far valere le proprie ragioni.

In tutti i Paesi i pm
ricevono istruzioni che provengono dal settore politico. Le
decisioni sulle priorità e su quello che possa o debba
essere fatto vengono prese a livello di responsabilità
politica: dal ministro della Giustizia o da qualcuno
nominato ad hoc, ma sempre dall'Esecutivo, magari verificato
dal Parlamento.

È una funzione eminentemente politica: si prendono
decisioni in materia di politica criminale. Tutte le
politiche, quelle sulla sanità, sull'educazione, sulla
formazione, si riconosce che sono "politiche pubbliche", e
allora perché non quelle penali?

D. UN'OBIEZIONE È CHE C'È IL RISCHIO DI INQUINAMENTO
CRIMINALE NELLA POLITICA. COME RISPONDE?
R. Giusto. Ma non possiamo pretendere di avere tutte le
strutture di un Paese democratico a parte quella della
magistratura, perché 'quella non ce la possiamo permettere'.
Forse potrebbe essere proprio questo a spingere i magistrati
a esibirsi nel settore dell'accusa di persone che esercitano
la funzione pubblica che poi in molti casi risultano
innocenti.

D. IN COSA DOVREBBE CONSISTERE UNA RIFORMA DELLA
MAGISTRATURA?
R. Potrei parlare per ore. Di questioni da affrontare ce ne
sarebbero tantissime. Dai ritardi nell'uso delle tecnologie,
al fatto che il Csm si è inventato di essere il vertice
organizzativo della magistratura, e stabilisce come debbano
essere organizzati tutti gli uffici giudiziari. Mi dica lei
se una cosa così può funzionare sotto il profilo
dell'efficienza. Dovrei fare un elenco lunghissimo.

D. ALTRO TEMA DIBATTUTO IN QUESTI GIORNI È QUELLO DELLA
RESPONSABILITÀ CIVILE DEI MAGISTRATI. COSA NE PENSA?
R. Si parla di responsabilità civile come fattore
determinante. Ma non è dirimente: nessuno pensa che con
quello si risolva il problema della responsabilità. Ci vuole
anche quella, ma non può essere portata oltre un certo
punto, perché potrebbe minacciare l'indipendenza del
magistrato, e renderlo pauroso rispetto alle decisioni che
produce. In fondo i magistrati sono un corpo burocratico, e
i corpi burocratici non sono mai stati generalmente molto
coraggiosi. (Public Policy)

LEP

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