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Imprese, report Istat: oltre 660 mila hanno relazioni con altre aziende

Imprese, report Istat: oltre 660 mila hanno relazioni con altre aziende 18 novembre 2013

ROMA (Public Policy) - "Da nord a sud le imprese italiane dialogano e hanno relazioni, anche se preferiscono non impegnarsi formalmente e quelle del sud hanno relazioni meno intense". È quanto si legge in un report di approfondimento dell'Istat sulle imprese italiane, nell'ambito del 9° censimento generale dell'industria e dei servizi. Secondo quanto emerge dal report, che si riferisce al sistema produttivo italiano negli anni 2011-2012, le imprese italiane praticano relazioni "per abbattere i costi di produzione, innovare e aumentare i prodotti e i servizi offerti, accedere a nuove tecnologie ed entrare in nuovi mercati". Le informazioni contenute nel report permettono, secondo l'Istat, una "mappatura completa delle imprese con almeno tre addetti", che sono circa un milione e 500 mila, essendo stato analizzato il totale di quelle con più di venti addetti e un ampio campione di quelle che ne hanno tra tre e diciannove.

PRESENZA E TIPOLOGIA DI RELAZIONI Come emerge dal report oltre 660 mila imprese con almeno tre addetti (63,3%) dichiarano di "intrattenere almeno una relazione stabile - contrattuale o informale - con altre aziende o istituzioni", soprattutto con le "grandi imprese (90%), e i settori Costruzioni (85%) e Industria in senso stretto (76%)". Accordi di commessa (74,1%) e fornitura (56,6%), definite relazioni "meno impegnative", prevalgono tra le tipologie praticate, mentre sono molto meno utilizzati i rapporti formali come consorzi (7%) o contratti di rete (4%). Le relazioni servono ad "aumentare la competitività delle imprese" tramite la riduzione dei costi, e si associano a "strategie aziendali più articolate e meno difensive". Infatti le imprese che hanno relazioni sono quelle che hanno introdotto più innovazioni "di prodotto, di processo, organizzative e di marketing". Inoltre "le relazioni consentono almeno in parte di compensare il gap legato alle dimensioni, rispetto alle realtà più grandi ma con meno relazioni" e incidono anche sulle fonti di finanziamento, che sono più articolate (minore ricorso all'autofinanziamento e maggiore al credito bancario e alla raccolta di fondi sui mercati internazionali). Gli accordi tra imprese migliorano anche la competitività all'estero, con un "saldo complessivo tra le valutazioni di miglioramento e quelle di peggioramento che è positivo". Infatti "le imprese che hanno visto migliorare la propria competitività estera sono il doppio di quelle secondo cui è peggiorata", con un saldo positivo principalmente per quelle che operano nei settori chimico, farmaceutico, delle bevande, dei macchinari, e nei servizi di ricerca scientifica e sviluppo. All'opposto, ancora secondo quanto si evince dal report, la competitività aziendale sul mercato nazionale ha un saldo leggermente negativo ma il dato è determinato da un doppio fattore: un "saldo negativo si osserva solo nell'ambito delle imprese con meno di dieci addetti" e il quadro macroeconomico generale relativo al triennio 2010-2012 è stato "complessivamente sfavorevole".

INTENSITÀ DELLE RELAZIONI Infine l'intensità delle relazioni, così come la presenza di relazioni, "aumenta al crescere della dimensione d'impresa" con l'Ico (che è la misura del grado di intensità) che passa da un valore di 14,7 per le microimprese, a 18,3 per le piccole, a 25,6 per le più grandi. I settori con maggiore intensità sono quelli della manifattura, del trasporto e magazzinaggio, delle forniture energetiche e commercio. Le imprese del nord, inoltre, hanno relazioni più intense rispetto a quelle del sud. Infatti se l'Ico medio sul territorio nazionale è 15,7, nel nordest è 16,7, nel nordovest 16,6. Al sud, invece, è mediamente pari a 13. (Public Policy)

IAC

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