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Ecco perché l'Italia rischia il declino. Intervista a Vito Tanzi

italia 24 marzo 2015

ROMA (Public Policy) - di Luciano Capone - Vito Tanzi è uno degli economisti italiani più conosciuti in giro per il mondo, è pugliese ma vive da tantissimi anni negli Stati Uniti. È noto sia per il suo contributo scientifico ("l'effetto Tanzi" che spiega perché le entrate fiscali diminuiscono quando cresce l'inflazione, prende il suo nome) e soprattutto per aver diretto per vent'anni il dipartimento di Finanza pubblica del Fondo monetario internazionale, e per una breve parentesi come sottosegretario all'Economia nel secondo governo Berlusconi.

Tanzi, che ha già scritto due saggi sui "Centocinquant'anni di finanza pubblica in Italia" e sui costi e le conseguenze economiche dell'unificazione ("Italica"), ha appena pubblicato "Dal miracolo economico al declino?", un libro che racconta la parabola economica del nostro Paese nel Dopoguerra.

D. PROFESSOR TANZI, DA DOVE PARTE QUESTO LIBRO E COSA RACCONTA?
R. Parla degli ultimi 40anni. Nel '74 sono venuto in Italia per un anno sabbatico, avevo una borsa di studio della Banca d'Italia e da lì sono partito per raccontare la parabola italiana, non nel dettaglio, con numeri e statistiche, ma attraverso impressioni e una serie di episodi che mi hanno colpito, che danno una descrizione completa di alcuni problemi dell'economia italiana.

D. COS'È SUCCESSO NEL DOPOGUERRA?
R. Dopo la Seconda guerra mondiale l'Italia era un Paese culturalmente avanzato, con centri di ricerca e di conoscenza molto avanzati, con una massa di persone che voleva lavorare e che si spostava verso il nord. In quel periodo la pianificazione economica ha avuto un certo vantaggio. All'epoca anche l'Urss stava facendo grossi progressi, perché c'era bisogno di costruire molte cose, infrastrutture di base e la tecnologia si poteva importare guardando al resto del mondo sviluppato.

L'Italia ha avuto un progresso enorme, con un tasso di crescita del 5,5%-6% annuo è diventato uno dei paesi più ricchi del mondo. Questo periodo è durato una trentina d'anni, fino alla crisi petrolifera del '74, quando sono venuto in Italia, sebbene i problemi fossero cominciati ad apparire già prima.

D. QUALI ERANO I PROBLEMI?
R. Era un sistema di organizzare l'economia in cui i politici avevano molto da dire, anche se c'è da dire che i politici erano meno corrotti del periodo successivo. Anche se a volte facevano errori enormi, avevano l'intenzione di sviluppare il Paese. Negli anni '70 cominciano a cambiare le cose, la finanza pubblica diventa più allegra, si comincia a dire che la spesa pubblica può essere finanziata con i debiti, un approccio che andava contro la lezione di Luigi Einaudi che aveva voluto vincoli stringenti nella Costituzione.

Il debito pubblico comincia ad aumentare rapidamente, perché anche se le tasse aumentano moltissimo non bastano a finanziare la spesa pubblica crescente. Ai problemi macroeconomici si aggiunge una classe politica meno guidata dall'obiettivo di sviluppare il paese, ma che pensa più agli interessi di partito. La corruzione diventa un grosso problema come si vede negli anni '80. Tutti questi problemi messi insieme non fanno bene perché allontanano le decisioni economiche dal mercato. Quando un Paese è chiuso l'effetto negativo è inferiore, però il mondo entra in una nuova epoca.

D. LA CADUTA DEL MURO E LA GLOBALIZZAZIONE?
R. La globalizzazione forza il Paese a seguire le regole del mercato ma non è stato sempre capace di seguirle. Un Paese chiuso può sfidare in una certa misura il mercato, ma con la globalizzazione e la concorrenza di Germania, Usa e Cina le regole di mercato devono guidare molto di più le scelte di un Paese. Ricordo che quando entrai nel governo nel 2001, in quel periodo l'Economist pubblicava una serie di articoli in cui enfatizzava i risultati raggiunti dal modello italiano nel passato, ma quel mondo era cambiato, non c'era più.

D. ALTRI PROBLEMI PIÙ TIPICAMENTE ITALIANI? COS'HA RISCONTRATO NEGLI ANNI DI LAVORO AL FONDO MONETARIO E POI NELLA PARENTESI AL GOVERNO?
R. Uno è la mancanza di conoscenza dei principi economici da parte dei politici, che a volte è sorprendente. In tanti sono sempre convinti che la soluzione ai problemi sia spendere di più e stampare più soldi, ma la realtà è diversa.

L'altro che mi ha impressionato molto quando ero al governo è questa separazione tra l'esecutivo e l'amministrazione pubblica. Nei

due anni in cui ho fatto il sottosegretario erano state passate 300 nuove leggi. Se a Mosè sono bastate dieci leggi uno pensa che con 300 nuove leggi un Paese venga rivoluzionato, invece non è cambiato niente, perché le leggi vengono approvate e mai applicate.

D. C'È UNA RESISTENZA DELLA BUROCRAZIA?
R. Negli Stati Uniti il nuovo presidente si porta circa 4mila persone da inserire nei posti chiave dell'amministrazione, le persone vengono cambiate. In Italia invece cambiano solo i governi e i ministri. Quando sei lì vedi che la burocrazia non ti passa alcuna informazione, ci sono leggi che conoscono solo gli amministratori e così la capacità di cambiare le cose è minima.

D. È QUELLO CHE È SUCCESSO A CARLO COTTARELLI. QUANDO HA FATTO IL COMMISSARIO ALLA SPENDING REVIEW, HA DETTO CHE FACEVANO RESISTENZE, NON GLI PASSAVANO I DOCUMENTI. LEI CHE LO CONOSCE, LO AVEVA AVVERTITO?
R. Sono stato il capo di Carlo Cottarelli; lui come me è venuto in Italia dalla stessa posizione al Fmi da cui ero andato via io e l'avevo avvertito. Un esempio: il capo di gabinetto di Tremonti occupava lo stesso ruolo con Visco. Se uno può navigare così da sinistra a destra ti rendi conto del problema.

D. E COSÌ È ARRIVATO IL DECLINO. LEI CHE CONOSCE MOLTO BENE L'ARGENTINA, SU CUI HA SCRITTO ANCHE UN BEL LIBRO, VEDE QUALCHE SIMILITUDINE CON LA PARABOLA ITALIANA? RISCHIAMO LA STESSA FINE?
R. L'Argentina all'inizio del secolo era fra i dieci Paesi più ricchi del mondo, gli italiani emigravano in Argentina e gli argentini venivano nella povera Italia a comprare le opere d'arte. Negli anni '70 quando ero in Argentina, il processo si è invertito, i venditori italiani venivano a Buenos Aires a ricomprare quelle opere.

Nel mezzo è successo che è arrivato Perón, che aveva imparato in Italia il modello fascista, e ha iniziato a intervenire aumentando la spesa pubblica senza la capacità di aumentare le imposte. La differenza veniva colmata stampando pesos, creando un problema costante di finanza pubblica. In questo senso l'Argentina è uno specchio di cosa può succedere all'Italia: un Paese che cresce così poco per così tanto tempo alla lunga diventa povero.

D. EPPURE MOLTI PARTITI E UNA LARGA FETTA DELLA POPOLAZIONE CHIEDE DI USCIRE DALL'EURO E TORNARE A STAMPARE UNA PROPRIA MONETA. LEI LO SCONSIGLIA?
R. Uscendo dall'Euro i tassi salirebbero alle stelle e il governo avrebbe bisogno di molti più soldi. Sarebbe un disastro, la gente e i politici non se ne rendono conto. Nonostante tutti questi vincoli non si riesce a ridurre la spesa pubblica che è enorme, il 50% del pil, mentre in Svizzera è solo il 32% e c'è chi pensa di aumentare la spesa e stampare moneta per risolvere i problemi.

L'Italia ha già avuto in passato esperienze del genere ed è arrivata vicino al fallimento, ora si pensa di rifare le stesse cose in una situazione in cui le tasse sono molto più alte, la spesa è molto più alta e il debito è molto più alto. Sarebbe un disastro.(Public Policy)

@lucianocapone

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