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La riforma Pa e le cozze: perché la Consulta ha detto No

cozze 30 novembre 2016

di Sonia Ricci

ROMA (Public Policy) - Una delle riforme più importanti di questo Governo, quella che porta la firma (e la faccia) di Marianna Madia, è stata di fatto "amputata" da una sentenza della Corte costituzionale, che ha accolto gran parte di un ricorso presentato dalla Regione Veneto.

I giudici hanno dichiarato illegittimi quattro articoli - i più importanti - della legge "madre", ovvero la legge delega del 2015. Cinque decreti attuativi (su circa sedici già scritti) hanno un vizio di fondo: non sono stati esaminati dalle Regioni tramite una procedura rafforzata, detta "intesa", ma utilizzando il più semplice "parere" non del tutto vincolante per il Governo chiamato a legiferare su molti aspetti della Pa.

I decreti in questione sono quelli sulla dirigenza, i servizi pubblici locali, le partecipate e il pubblico impiego (quest'ultimo ancora da scrivere). Si è detto che la Corte ha bocciato parte della legge non riferendosi al merito delle questioni contenute, ma solamente al loro percorso di approvazione (sulla forma e non sulla sostanza dei testi). Come se un'argomentazione simile potesse scagionare il Governo da eventuali errori.

L'illegittimità del procedimento (scelto da chi ha scritto la legge, tra cui il Parlamento che ha la sua dose di responsabilità) è profondamente legata alle materie trattate dalla riforma. La sentenza - parafrasando - dice che il Governo non ha tenuto nella giusta considerazione le prerogative dei governatori in base a quanto previsto (ora) all'articolo 117 della Costituzione.

Non è stato rispettato "il principio di leale collaborazione" tra Stato ed enti territoriali. Ha legiferato, insomma, anche su temi e argomenti che sono di competenza delle Regioni. Per farlo senza inciampi avrebbe dovuto raggiungere un'"intesa" nella Conferenza Stato-Regioni, e non un semplice parere non vincolante da esprimere in "soli" 45 giorni, come avvenuto.

Se il Governo avesse legiferato sul colore delle cozze probabilmente sì - state tranquilli - i giudici costituzionali avrebbero respinto il ricorso del Veneto. O comunque non avrebbero alzato un dito contro la procedura scelta per giudicare il colore dei molluschi.

La sentenza della Corte ha un carattere "evolutivo", cioè i giudici hanno cambiando idea rispetto a prima, sbalordendo un po' tutti. Lo ha fatto però con importanti argomentazioni a suo favore.

Eccone una: "È pur vero che questa Corte ha più volte affermato che il principio di leale collaborazione non si impone al procedimento legislativo. Là dove, tuttavia, il legislatore delegato si accinge a riformare istituti che incidono su competenze statali e regionali, inestricabilmente connesse, sorge la necessità del ricorso all’intesa. Quest’ultima si impone, dunque, quale cardine della leale collaborazione anche quando l’attuazione delle disposizioni dettate dal legislatore statale è rimessa a decreti legislativi delegati, adottati dal Governo sulla base dell’articolo 76 della Costituzione".

Quel "intrinsecamente connesse" cambia il parere dei giudici costituzionali. Come detto in precedenza, quindi, sono le materie trattate (e la loro particolarità e importanza) che rendono erroneo il percorso utilizzato per la loro revisione. Non il contrario. Detto ciò, una domanda sorge spontanea: perché nessuno finora si è cimentato in argomentazioni serie e puntuali per spiegare perché prima il ministero della Funzione pubblica e poi il Parlamento non abbiano scelto il percorso "rafforzato" per il confronto con le Regioni.

Non è una novità legislativa in quanto è stato già previsto più volte. Come nel caso della legge sul Federalismo (42/2009) dell'allora ministro Roberto Calderoli che prevedeva solo "intese" con gli enti territoriali e non pareri.

Forse potranno essere "salvate" le nuove regole sulle società partecipate e quelle sui licenziamenti dei dipendenti pubblici "infedeli" con prossimi decreti correttivi, ma non è ancora certo.

In ogni caso, un merito alla ministra Madia, oltre al fatto di averci provato, va dato: è stata l'unica a dire, nelle stanze di Palazzo Vidoni senza usare megafoni, che le sentenze vanno rispettate. (Public Policy)

@ricci_sonia

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