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LAVORO, "LA RISPOSTA EUROPEA ALLA DISOCCUPAZIONE È LA FLESSIBILITÀ" /FOCUS

ue 12 giugno 2013

LAVORO, "LA RISPOSTA EUROPEA ALLA DISOCCUPAZIONE È LA FLESSIBILITÀ" /FOCUS

(Public Policy) - Bruxelles, 11 giu - (di Daniela Sala) La
risposta alla disoccupazione giovanile? È la flessibilità.
Parola di Markus Beyrer,  direttore generale di Business
Europe, la sigla che rappresenta le imprese in Europa (di
cui fa parte Confindustria), e di Bernadette Segol,
segretario generale di Etuc, la confederazione dei sindacati
europei.

Insieme a European centre of employers and enterprises e
Ueapme (l'associazione europea per le piccole e medie
imprese) Business Europe ed Etuc hanno presentato ieri a
Bruxelles un piano di azioni condiviso per ridurre la
disoccupazione giovanile. Parola d'ordine, appunto,
flessibilità, concetto che, mette in guardia Segol "non va
confuso con precarietà".

Esempi positivi di flessibilità in Europa non mancano: "C'è
innanzitutto l'Austria - spiega a Public Policy - senza
contare i Paesi nordeuropei in generale". Che cosa hanno in
comune? "Investimenti importanti negli ammortizzatori
sociali". Una richiesta di Etuc, non congiunta, è appunto
che "gli investimenti dei governi nazionali nell'occupazione
giovanile possano essere dedotti dal decifit pubblico",
spiega Segol.

Quattro gli ambiti di intervento di questo piano di azioni:
investimento nell'istruzione, diminuzione della transizione
scuola-lavoro, incentivi all'impiego e alle piccole imprese.
"I dati ci mostrano che dove il mercato del lavoro è meno
flessibile minori sono le assunzioni", spiega Beyrer, anche
se aggiunge: "Sulle politiche specifiche bisogna decidere
Paese per Paese".

Quello che manca poi è un
mercato del lavoro unico europeo: "Sarebbe fondamentale ad
esempio - spiega - incentivare la mobilità intra-europea. La
generazione attuale di giovani è pronta per questo e non
dobbiamo lasciare che lascino il nostro continente".

Servono insomma riforme strutturali che "certo andrebbero
pensate per tempo e non attuate in tutta fretta in un
momento di crisi", ma sull'Italia "sono ottimista: ha capito
la necessità delle riforme e mostra di tenere in
considerazione le raccomandazioni dell'Ue", a differenza
della Francia che "ha un mercato del lavoro molto più rigido
e non mostra la stessa prontezza alle riforme".

Per quanto riguarda il piano di azioni congiunto, comunque,
non ci sono obiettivi quantitativi: "Per ogni sindacato -
dice Segol - l'unico risultato soddisfacente è la riduzione
della disoccupazione a zero". E mancano anche indicazioni
concrete su come spendere i fondi europei: "Non spetta a noi
dire ai governi come spendere i soldi o stabilire le
priorità a nazionali. - continua Segol - Fa parte del
processo democratico: non possiamo rimpiazzare la
discussione tra governo e parti sociali".

"Una cosa è certa - aggiunge Beyrer - questi soldi non
possono essere distribuiti a pioggia ma vanno spesi nei
Paesi dove c'è più bisogno". Investendoli in quali progetti?
"Se c'è una cosa che lo spirito di Lisbona ci ha insegnato è
che dobbiamo imparare dai Paesi che fanno meglio ma senza
copiare le soluzioni, perché non servirebbe a nulla".

L'unico esempio di un
progetto concreto di respiro europeo sembra essere ad ora la
Youth guarantee, lo schema di garanzia giovani in cui l'Ue
nel 2012 ha investito 4 milioni di euro per promuovere
progetti che incoraggino l'occupazione giovanile.

Per il resto anche la questione finanziamenti è incerta: se
a luglio il Parlamento europeo approverà il bilancio
2014-2020 saranno solo 6 i miliardi di euro dedicati alle
politiche di occupazione, uno sforzo ritenuto insufficiente
e che ha già motivato un primo voto negativo dell'Aula a
marzo. "Significa praticamente 160 euro per ogni giovane
disoccupato - commenta Segol - Non credo che sia impossibile
raggiungere un compromesso, ma non sono affatto certa che a
luglio il voto sarà positivo".

Certo, "6 miliardi non sono molti - conclude Beyrer - ma se
si trovasse un accordo sulla possibilità di spendere questi
fondi entro un periodo di tempo limitato, ad esempio due
anni, sarebbe un ottimo incentivo. Non vanno comunque spesi
a caso ma indirizzati con attenzione".

Un auspicio questo che fa eco alle recenti dichiarazioni
del ministro italiano per gli Affari europei Enzo Moavero
Milanesi quando, riferendo alle commissioni Esteri, Bilancio
e Politiche dell'Ue di Camera e Senato, sugli esiti del
Consiglio europeo del 22 maggio, ha spiegato che se anziché
usare i 6 miliardi previsti dal budget in 7 anni "questa
linea fosse impiegata all'inizio del 2014 si potrebbe poi
rifinanziarla in sede di revisione e aumentarne la
dotazione". (Public Policy)

DSA

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