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LE CONTROINDICAZIONI DI UN AUMENTO DELL'IVA /ANALISI

emergenze 17 giugno 2013

euro

(Public Policy) Roma, 17 giu - (di Aroldo Barbieri) Intervenire sull'Iva (non facendola aumentare dal 21 al 22%) e Imu (confermando in via definitiva l’esenzione per la “prima casa”, oppure agire sulla prima ma non sulla seconda, o privilegiare il taglio del cuneo fiscale (ma per questo servono risorse ingenti) o il sostegno al lavoro? La politica italiana è di fronte a scelte impegnative, ma messa in questi termini la questione è mal posta.

Oramai quasi tutti gli economisti sono concordi nella diagnosi della crisi che l’Occidente, in misura maggiore o minore, sta vivendo, come passaggio dal capitalismo del “fare” a quello della rendita finanziaria, con penalizzazione della produzione (consegnata ai Paesi emergenti) e del lavoro. Per anni, però, prima della crisi del 2008, quasi per forza d’inerzia, per garantire alla finanza guadagni record e alla classe media un’agiatezza che non poggiava più sui dati reali dell’economia, al debito pubblico già cumulato sin dagli anni ’70 si è sommata la crescita del debito privato (vedi mutui subprime e carte revolving). Per quasi venti anni l’Occidente è lievitato sul consumismo. La crisi della finanza ha portato ovunque ad una riduzione dei consumi interni e quindi alla diminuzione del Pil con poche eccezioni (la più evidente è quella tedesca), con punte molto alte nei Paesi con maggiore debito pubblico, allorché in soccorso del debito privato è stato chiamata lo Stato. Per evitare il tracollo del sistema bancario, gli Usa, ma non solo, hanno scelto di stampare moneta, i tedeschi, al contrario, hanno limitato questo canale, mettendo nei guai i Paesi meno competitivi con alto debito pubblico. E’ il caso dell’Italia. Le famiglie italiane, da sempre forti risparmiatrici, hanno ridotto in primo luogo i consumi. Si è arrivati a quell’avvitamento che è sotto gli occhi di tutti, con tante imprese deboli spinte alla chiusura,  con l’aumento della disoccupazione, con il restringersi della base produttiva per carenza di domanda.

Se pure nel caso italiano resta in prospettiva l’esigenza di spostare parte del prelievo dal lavoro al patrimonio (Imu) e ai consumi (Iva), al momento l’aumento dell’Iva sarebbe la scelta peggiore, per l’ulteriore effetto depressivo sui consumi e per la spinta verso l’inflazione. Nel percorso tutt'altro che agevole che attende i decisori, appare chiaro che si dovrà procedere (anche per via della scarsezza delle risorse disponibili) per tappe. Quella del non far aumentare l’Iva (tra l’ altro non sarebbe garantito un maggiore introito fiscale per via del calo dei consumi) appare oggi la più pressante.  (Public Policy) ABA

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