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LE DIMISSIONI DEL PAPA RAFFORZANO LA CHIESA, MA INDEBOLISCONO L'ITALIA /FOCUS

Benedict XVI 28 febbraio 2013

Benedict XVI

(Public Policy) - Roma, 28 feb - (di Aroldo Barbieri) "Ora
et labora", il precetto su cui Benedetto da Norcia ha
costruito con il monachesimo occidentale tanta parte della
civiltà europea è stato fatto proprio da Benedetto XVI come
distintivo del suo pontificato. Oggi, 28 febbraio 2013, il
regnum di Ratzinger giunge al termine (d'ora innanzi non
saranno più gli svizzeri, l'esercito, a vegliare sulla sua
sicurezza, ma la gendarmeria, ovvero la polizia vaticana)
per dimissioni.

Un esito previsto dal diritto canonico, al
quale avevano pensato alcuni dei suoi predecessori recenti,
ma mai attuato, sin dai tempi di Gregorio XII, nel 1412, e
di Celestino V, nel 1294. Benedetto XVI ha motivato la
rinuncia con il venir meno delle forze, data l'età avanzata,
a fronte di un impegno troppo pesante.

Sicuramente l'allungarsi delle vita e l'universalizzazione
effettiva della Chiesa, con quel che comporta in termini di
difficoltà di rispondere in modo adeguato a tante diverse
civiltà, favorisce una soluzione del genere. Da questo punto
di vista la decisione di Benedetto potrebbe costituire un
precedente che fa scuola, senza essere istituzionalizzata,
ma lasciata alla decisione "in piena libertà" di ogni
singolo pontefice. Le dimissioni di un papa europeo
sicuramente indeboliscono l'Europa e l'Italia, mentre aprono
ancor più alla globalizzazione della Chiesa cattolica, anche
se il prossimo papa dovesse essere un italiano.

Guardando a quanto detto con le sue encicliche e nei libri
incentrati sulla figura di Gesù, Joseph Ratzinger si è
impegnato in tre direzioni: riformare la Curia (compito che
il suo predecessore, dopo l'attentato, aveva affidato
all'azione dell'Opus Dei), ivi compreso il condurre le
finanze vaticane nella "white list" delle banche più
rispettose dei princìpi antiriciclaggio; rievangelizzare
l'Europa, mettendo Gesù, uomo-Dio, al centro della fede e
della vita quotidiana del cristiano; tentare ancora una
volta la strada dell'unità fra tutti i cristiani.

Ora va detto che nessuno di questi obiettivi è stato
conseguito. Quanto al primo, devastante è stata la vicenda
conosciuta come Vatileaks, incentrata sui dossier del
"maggiordomo" Paolo Gabriele, che per anni ha raccolto
documenti più o meno delicati, anche riservati personalmente
al papa. L'inchiesta, voluta dallo stesso Benedetto XVI, e
affidata a tre cardinali ha prodotto un rapporto
preoccupante circa le lotte interne alla Curia, alle
ambizioni, ai vizi, dai quali non poche volte lo stesso
Ratzinger aveva messo in guardia con chiara denuncia.
Rapporto che sarà consegnato al suo successore, ma che nelle
somme linee sarà illustrato ai cardinali riuniti in
conclave.

Com'è noto, Gabriele ha
sostenuto di aver fatto quel che ha fatto a sostegno
dell'azione del papa e Benedetto lo ha perdonato, così come
Giovanni Paolo II aveva fatto nei riguardi del suo
attentatore. La vicenda Ior poi ha visto contrapposte la
linea degli "americani", affiancati dal segretario di Stato
(che l'ha spuntata) e quella dei rappresentanti dell'Opus
Dei, che sono stati alla fine ridimensionati, anche a
seguito dello scandalo Monte Paschi.

Una vittoria di Pirro Ratzinger l'ha riportata nei riguardi
dello scisma dei lefevriani, che si sono formalmente
sottomessi, ma praticamente non hanno rinunciato alle loro
tesi preconciliari, mentre del tutto fallita è stata
l'azione di riavvicinamento alla Chiesa protestante. Con gli
ortodossi Ratzinger non ha neppure provato, a differenza di
quanto aveva fatto il papa polacco.

Terra di missione aveva giudicato Benedetto un'Europa
cristiana in gran parte solo formalmente. La svolta degli
ultimi mesi, con l'orientamento interno ed esterno alla
Chiesa occidentale in favore del matrimonio dei preti e al
riconoscimento delle coppie di fatto, se non addirittura al
matrimonio degli omosessuali e al sacerdozio femminile,
hanno segnato anche su questo fronte un insuccesso del papa
tedesco.

Benedetto ha scelto allora con le dimissioni la strada
della preghiera (ora) piuttosto che dell'azione (labora), ha
rassicurato circa la propria volontà di proseguire la
propria missione, privilegiando il rimettersi al Cristo,
vero e unico garante della sopravvivenza della sua Chiesa.
I fedeli, che in un primo momento non avevano apprezzato il
gesto di Ratzinger, hanno capito l'autenticità del suo agire
e della sua fede ed hanno riempito le piazze come mai era
successo in precedenza, com'è ovvio per un papa che si era
rivelato più filosofo-teologo che pastore.

In futuro Joseph Ratzinger, dopo un soggiorno a Castel
Gandolfo, vivrà una vita appartata in clausura dentro il
Vaticano, con il titolo di "papa emerito", conservando
peraltro il nome di Benedetto XVI e appellato come "Sua
Santità". Insomma un vero e proprio pensionamento.

In ciò, e non solo, diversamente da Pietro da Morrone, un
eremita, che fatto papa con il nome di Celestino V, a fine
'200, proprio per la sua santità di vita, in contrasto con
lo stile di vita curiale, fu fatto prigioniero dal suo
successore Bonifacio VIII. Com'è noto, Dante, nemico di
Bonifacio, colloca Celestino nella Commedia fra gli ignavi e
bolla come "gran rifiuto" la sua rinuncia.

Lo stesso Dante indica
probabilmente nel "veltro", destinato a riportare la Chiesa
alla sua condizione di fede e di povertà iniziali, un altro
Benedetto, l'undicesimo, successore di Bonifacio e ultimo
papa romano prima della serie di papi avignonesi.

Si è detto che la rinuncia di Joseph Ratzinger segna una
forte discontinuità rispetto alla prassi cattolica ed è più
in linea con la visione protestante e comunque nordeuropea,
di cui i tedeschi sono depositari. C'è del vero, sicuramente
la trasformazione del papato in un "officium" laicizza la
funzione e mette forse definitivamente da parte la
concezione prevalsa dalla controriforma alla fine dell'800
di infallibilità del papa in quanto vicario di Cristo in
terra (seppure solo quando parla su verità di fede ex
cathedra), rendendolo più umano, così come Benedetto ha
fatto nei suoi libri con Gesù.

Il "non possumus", motivato in questo caso con il venir
meno delle forze, desacralizza la figura del pontefice,
vescovo di Roma, successore di Pietro, martire sotto Nerone.
Inoltre, nella storia il vescovo di Roma, proprio perché di
Roma, è sentito come il continuatore dell'Impero romano
d'Occidente. Anche se Lorenzo Valla, nel XV secolo, dimostrò
come giuridicamente falsa la donazione di Roma al papa, il
vescovo di Roma si è guadagnato i galloni di capo della
chiesa d'occidente e dell'impero prima con il difendere la
sua civiltà dai barbari, poi con l'incoronare Carlo Magno,
fondatore del Sacro Romano impero, un impero
romano-germanico, che costituì l'ossatura della civiltà
medioevale.

Indipendentemente dal fatto che il prossimo papa possa
essere un europeo o addirittura un italiano (ma un italiano
si sarebbe dimesso?) la vicenda di Benedetto XVI dà vita ad
una nuova e diversa fase della vita della chiesa cattolica,
destinata a divenire meno romana (con relativo
ridimensionamento dell'Europa e dell'Italia in particolare)
e più universale, nella quale peseranno sempre di più nuove
realtà, quali l'Asia e l'Africa insieme all'America Latina.
(Public Policy)

ABA

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