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La legge 194 e la deontologia medica: cosa dice il governo

194 23 marzo 2015

ROMA (Public Policy) - "Il rifiuto di prestazione professionale", nei casi di interruzione della gravidanza, "è possibile, a prescindere dall'avvalersi o meno dell'obiezione di coscienza, nelle condizioni indicate dall'articolo 22 del codice deontologico medico del 2014, il quale sancisce che 'il medico può rifiutare la propria opera professionale quando vengano richieste prestazioni in contrasto', oltre che con la propria coscienza, anche 'con i propri convincimenti tecnico-scientifici, a meno che il rifiuto non sia di grave e immediato nocumento per la salute della persona, fornendo comunque ogni utile informazione e chiarimento per consentire la fruizione della prestazione'".

Lo ha precisato, rispondendo in commissione Affari sociali alla Camera a un'interrogazione di Per l'Italia-Centro democratico, il sottosegretario alla Salute Vito De Filippo. "È appena il caso di segnalare - ha spiegato l'esponente del governo - che l'interpretazione di tale disposizione [...] non può che essere rimessa all'Ordine dei medici".

Secondo De Filippo è inoltre "importante ribadire che la legge 194 del 1978, oltre a disciplinare l'interruzione volontaria di gravidanza, assume, tra i propri principi cardine, il riconoscimento del valore sociale della maternità e a tal fine individua, tra le funzioni specifiche dei consultori familiari, quella di contribuire 'a far superare le cause che potrebbero indurre la donna all'interruzione della gravidanza'. In particolare, essi hanno il compito, in ogni caso, di esaminare le possibili soluzioni dei problemi proposti e di promuovere ogni opportuno intervento atto a sostenere la donna, offrendole tutti gli aiuti necessari, sia durante la gravidanza sia dopo il parto". (Public Policy) GAV

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