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Letta-Renzi, questione di "opportunità": fiducia a confronto

letta-renzi 25 febbraio 2014

ROMA (Public Policy) - (di Gaetano Veninata) Il presidente della Repubblica "ci ha concesso un'ultima opportunità". Quel 29 aprile 2013, giorno della fiducia al suo governo in aula alla Camera, l'ex premier Enrico Letta non pensava certo all'allora sindaco di Firenze, Matteo Renzi. Altrimenti avrebbe aggiunto, o meglio sarebbe stato costretto ad aggiungere, il prefisso "pen", dal latino "paene" ('quasi'), a "ultima".

'Quasi' perchè il governo Letta non era l'ultima opportunità, come si vede in queste ore, né l'ultima chance che il capo dello Stato intendeva dare agli eletti venuti fuori dalle urne nel febbraio dello scorso anno. Un anno è passato, e qualche decreto, eppure c'è ancora - per loro - un'ultima (?) possibilità di riformare e riformarsi.

Peccato che il cambio, la staffetta, non sia stato del tutto apprezzato da Letta, che già allora, quel giorno d'aprile, parlava di "ultima opportunità di dimostrarci degni del ruolo che la Costituzione ci riconosce come rappresentanti della nazione. Degni di servire il Paese - attraverso l'esempio, il rigore, le competenze - in una delle stagioni più complesse e dolorose della storia unitaria". Stagione che continua, nel bene o nel male.

E se la "riduzione fiscale senza indebitamento" era "un obiettivo continuo e a tutto campo" dell'esecutivo lettiano, insieme a una riduzione delle tasse sul lavoro, "in particolare su quello stabile e quello per i giovani neo assunti", mentre "misure ulteriori" dovevano "essere il pagamento di parte dei debiti delle Amministrazioni pubbliche", con Renzi la musica apparentemente non cambia: imprenscindibile, per l'ex sindaco di Firenze, "una riduzione a doppia cifra del cuneo fiscale attraverso misure serie e reversibili"; irrevocabile "lo sblocco totale dei debiti della Pa attraverso un diverso utilizzo della Cdp".

E ancora, sul fisco: per Renzi "deve smettere di far paura e deve assumere un ruolo di consulenza tranne quando accade che uno commette reati. Quando accade questo, la repressione deve essere durissima [...] Sembra che chi è ricco e potente alla fine la sfanga sempre, mentre i cittadini vivono il fisco come un'angoscia". Renzi parla quindi di un fisco consulente, Letta preferisce un fisco amico. Sentiamolo, sempre pescando dal suo discorso del 29 aprile 2013: bisogna "coniugare una ferrea lotta all'evasione con un fisco amico dei cittadini, senza che la parola Equitalia debba provocare dei brividi quando viene evocata".

Passando al grande tema del lavoro, se per Letta doveva essere "la prima priorità", da attuare attraverso "un cambiamento radicale, un welfare più universalistico e meno corporativo", Renzi punta sul suo job act, "entro il mese di marzo, con la discussione parlamentare". Un 'act' che "modificando uno strumento universale a sostegno di chi perde il posto di lavoro, interverrà attraverso nuove regole normative, anche profondamente innovative".

Nella giustizia si sentono maggiormente le differenze, tra un ex premier che nel suo governo aveva una nota esponente radicale, nonchè una Guardasigilli (al di là delle polemiche sul caso Ligresti) vicina ai problemi delle carceri, e un governo Renzi che invece sembra mettere in secondo piano il problema sovraffollamento, prediligendo altre vie.

Se Letta parlava di un ritorno della ripresa economica solo se "i cittadini e gli imprenditori italiani e stranieri saranno convinti di potersi rimettere con fiducia ai tempi e al merito delle decisioni della giustizia italiana", sottolineando come questo si sarebbe potuto raggiungere anche lottando contro "una situazione carceraria intollerabile ed eccessi di condanne da parte della Corte dei diritti dell'uomo", Renzi la prende da un altro punto di vista. Parla di "20 anni di scontro ideologico" e rimanda a giugno, quando "sarà all'attenzione del Parlamento un pacchetto organico di revisione della giustizia" che non lascerà "fuori niente", dalla giustizia amministrativa al civile al penale. Non una parola sulle carceri.

Non sorprende la continuità nella linea delle riforme istituzionali, venendo i due dallo stesso partito e avendo gli stessi alleati di governo: per Letta era necessario "superare il bicameralismo paritario, per snellire il processo decisionale ed evitare ingorghi istituzionali [...] affidando ad una sola Camera il compito di conferire o revocare la fiducia al Governo"; per Renzi idem: "Il prossimo passo per recuperare la fiducia dei cittadini è la possibilità di superare l'attuale conformazione del Senato togliendo il passaggio della fiducia".

Come prosegue Letta? Parlando di una "seconda Camera - il Senato delle Regioni e delle Autonomie - con competenze differenziate e con l'obiettivo di realizzare compiutamente l'integrazione dello Stato centrale con le autonomie, anche sulla base di una più chiara ripartizione delle competenze tra i livelli di governo con il perfezionamento della riforma del titolo V". Sulla prima opzione (il Senato delle autonomie) Renzi è totalmente d'accordo: bisogna mantenere "l'incarico senatoriale attraverso un'assunzione di responsabilità dai territori impreziosita da ulteriori figure del mondo culturale, accademico e imprenditoriale".

Sul secondo punto, il titolo V, è d'accordo ma aggiunge: "Dobbiamo superare il titolo V per come lo abbiamo conosciuto sino ad oggi, bisogna introdurre una clausola di intervento della legge statale anche in materie che siano esclusivamente assegnate alle Regioni, quando questo serve per questioni di unità giuridica ed economica del nostro ordinamento".

Infine, le Province. Un tema caro a entrambi, almeno apparentemente, e che vede un filo comune di nome Graziano Delrio. Il governo Letta, infatti, tramite il ministro per gli Affari regionali, ha promosso un ddl (ancora in discussione in Parlamento) che punta al superamento dell'organo, seguendo (quasi) alla lettera le secche indicazioni date da Letta ad aprile: "Bisogna abolire le Province".

Renzi, che di Delrio è amico oltrechè figura di riferimento nel partito, e che proprio a Delrio ha affidato un ruolo importante quale quello di sottosegretario alla presidenza del Consiglio, ha detto oggi, rivolto alle opposizioni: "Il ddl Delrio può impedire che si voti il 25 maggio. C'è un'opposizione dura, c'è stata alla Camera, dove si è saldata una forma di ostruzionismo tra FI e 5 stelle. Noi vi invitiamo a riflettere su una possibile soluzione: chiudiamo il ddl Delrio ma nella discussione sul titolo V riapriamo la discussione su cosa devono essere le Province". (Public Policy)

GAV

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