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Lo Spillo

Lo Spillo 28 febbraio 2014

ROMA (Public Policy) - di Enrico Cisnetto - A babbo morto, si diceva una volta. La Corte Costituzionale ha rinviato a data da destinarsi la decisione in merito alla Robin Tax i cui effetti, intanto, restano in vigore. La tassa stile Robin Hood venne ideata nel 2008 da Giulio Tremonti con lo scopo dichiarato di tassare gli extraprofitti delle società petrolifere derivanti dalle pesanti fluttuazioni dei prezzi dei carburanti di quel periodo. La tassa, insomma, doveva essere una moderna forma di prelievo ai ricchi per dare ai poveri.

Purtroppo, nata male e cresciuta peggio, l'imposta si è rivelata uno sceriffo di Nottingham. Fin da subito, infatti, l'applicazione fu estesa anche ai commercianti di prodotti energetici, andando così a colpire non solo le grandi compagnie petrolifere internazionali, ma anche le medie e piccole aziende italiane del settore; per di più, solo quelle operanti in maniera "esclusiva" sull'energia, esonerando ad esempio chi, oltre ai carburanti, vende anche altri beni o servizi. Successivamente, il governo Letta ha abbassato a 3 milioni di fatturato e 300mila euro di reddito il limite oltre il quale applicare la tassa. Non certo numeri da grandi compagnie petrolifere.

Insomma, una tassa che arbitrariamente colpisce alcuni e salva altri, che penalizza le aziende italiane nello scenario competitivo internazionale e che, con modifiche improvvise e continue, ha generato un clima di incertezza normativa e scoraggiato gli investitori esteri a venire in Italia. Contro la Robin Tax gli imprenditori-contribuenti hanno sollevato negli anni diversi ricorsi e le Commissioni Tributarie di Lombardia, Reggio Emilia e Brescia hanno portato il caso di fronte alla Consulta, la quale, però, ha rinviato il giudizio sine die.

Ora, delle due l'una. Se la Consulta ha rinviato in buona fede è in errore perché lasciare per anni nell'incertezza gli operatori del settore, oltre ad aggravare i problemi per i contribuenti, impedire pianificazioni di lungo periodo e porre sotto la scure della nullità gli incassi dell'Erario, allontana ogni investitore giustamente preoccupato della mancanza di certezza del diritto, e deprime l'economia.

Se, invece, la Corte Costituzionale non può di fatto annullare una tassa illegittima perché verrebbero a mancare 1,4 miliardi l'anno di incassi erariali (di cui, fra l'altro, solo 200 milioni provenienti dalle compagnie petrolifere) siamo di fronte ad un ingiustizia consapevolmente perpetrata e reiterata. In cui, piuttosto che far valere un diritto dei cittadini, i supremi custodi della Costituzione preferiscono tutelare l'interesse contabile e ragionieristico delle finanze pubbliche, deprimendo un settore tanto strategico quanto in crisi. Ci vuole energia, anche per la giustizia. (Public Policy) @ecisnetto

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