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Lo Spillo

made in italy 10 dicembre 2014

ROMA (Public Policy) - di Enrico Cisnetto - Tanto erano squillate le trombe per l'inizio del semestre europeo a presidenza italiana, quanto è silenziosa la fine e mesto il bilancio finale. Se era palese fin da subito che il prospettato "cambio radicale" delle politiche dell'Unione fosse solo "narrazione", sarebbe comunque stato lecito aspettarsi qualcosa di più dalle iniziative legislative specifiche, a cominciare da quelle a tutela del "Made In", assolutamente fondamentale per l'economia italiana.

Il 4 dicembre, infatti, il Consiglio europeo ha rinviato al prossimo semestre (a presidenza lettone) ogni decisione sull'etichettatura che definisca la provenienza dei prodotti non alimentari. L'opposizione dei Paesi del Nord, capeggiati dalla Germania, ha bloccato per la terza volta l'iter per l'approvazione di norme a tutela del "Made In", iniziato ormai nel lontano 2005. Così, si parva licet componere magnis, non solo sui grandi temi strategici, ma anche in questi aspetti tecnici il cavallo di battaglia di Francia e Italia viene surclassato dall'interesse dei Paesi del Nord, che hanno ampiamente delocalizzato e subirebbero dei contraccolpi dall'obbligo di indicare ove siano stabilite le loro fabbriche.

Eppure il giro d'affari dei "falsi" (con abbigliamento in testa) vale circa 250 miliardi in Europa e 7 solo in Italia, pari allo 0,35% del Pil. Se i beni contraffatti fossero venduti sul mercato legale, si avrebbero 13,7 miliardi di produzione aggiuntiva e 110mila nuovi posti di lavoro, senza contare le entrate fiscali. Anche le nuove norme comunitarie per l'etichettatura dei prodotti alimentari in vigore da sabato prossimo sono una vittoria mozzata. Il regolamento Cee 1169/2011 introduce - more solito - una serie di previsioni farraginose e inutili (ripetere la data di scadenza sulle monoporzioni oltre che sulla confezione, ingrandire i caratteri di etichettatura, ecc..).

Ci sono però alcune buone misure: estende a tutti i tipi di carne l'indicazione delle provenienza, introduce la dichiarazione della data di congelamento e segnalazione degli allergeni. Ma, ed è ciò che più conta, omette problemi fondamentali. Per esempio, l'origine delle materie prime utilizzate per comporre gli altri prodotti alimentari, infatti, per adesso resta solo sulla carta. Mentre è stato stralciato il vincolo di identificazione dello stabilimento di produzione. Bruxelles ha invece preferito individuare il marchio come il responsabile ultimo del prodotto, come la certificazione della sua identità, abolendo ogni obbligo di indicazione territoriale.

Come se per un buon cibo, più che il territorio, contasse il logo che la multinazionale stampa sulla confezione. Insomma, sul "Made In" non siamo riusciti a far valere le nostre ragioni neppure con la presidenza di turno. Oltretutto, una delle rare volte che le normative tecniche della comunità europea avevano un senso concreto e sostanziale. (Public Policy)

@ecisnetto

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