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Lo Spillo - L'acqua tra benecomunismo e concorrenza

acqua 23 marzo 2016

di Enrico Cisnetto

(Public Policy) - "La prossima guerra mondiale sarà combattuta per l'acqua", diceva Golda Meir, rimpianta leader israeliana.

Su una risorsa tanto fondamentale quanto scarsa, professare utopiche ideologie "benecomuniste" è inutile, se non controproducente. Anzi, per evitare conflitti servirebbe bagnarsi di un sano pragmatismo di cui purtroppo siamo a secco.

Proprio a ridosso della giornata mondiale dell'acqua (22 marzo), la commissione Ambiente della Camera ha esaminato una proposta di legge popolare promossa dal Forum italiano dei movimenti per l'acqua, con l'approvazione di dieci emendamenti Pd che hanno sostanzialmente modificato la struttura del testo originario, tanto che proponenti di M5s e Si-Sel hanno deciso di ritirare le loro firme per provare a ri-modificare il testo in aula.

Lo scontro deriva dalla volontà del Pd di affidare la gestione del servizio idrico "in via prioritaria" a società totalmente pubbliche, senza imporre alcuna forma predeterminata, prevedendo quantomeno la possibilità di creare formule miste con la partecipazione dei privati.

Pentastellati e sinistra, invece, vorrebbero vietare ogni "libera concorrenza", affermando che fosse proprio questo lo scopo del referendum del 2011. Ora, a parte che il senso di quella consultazione è stato confuso e distorto, secondo questo ragionamento su sanità, scuola, elettricità, ma anche sul cibo e ogni servizio altrettanto essenziale come la fornitura di acqua, dovrebbe essere esclusa ogni presenza privata.

Una follia, specie se si considerano i risparmi economici e la migliore efficienza derivanti dalle liberalizzazioni, per esempio su telefonia, elettricità o gas; o anche la possibilità di curarci da privati o in convenzione di fronte ad una sanità pubblica che non garantisce risultati.

Ma c'è di più. Anche per il Pd il servizio idrico dovrebbe essere finanziato da risorse nazionali e comunitarie, cioè con la fiscalità generale. Purtroppo, questo metodo in passato non ha funzionato, visto che il sistema idrico continua ad essere un colabrodo, perdendo in media il 30% di quanto trasporta, con picchi che arrivano fino al 70%.

E, considerando che per dare efficienza e sanare questo spreco, servirebbero circa 120 miliardi di euro investimenti, non si vede come possa funzionare in futuro se i finanziamenti dovessero continuare ad arrivare solo dallo Stato.

Ora, il problema non si risolve chiudendo qualche rubinetto, qualche fontanella o con un oltranzismo ambientalista che immagina un mondo dove tutto è pubblico e per ciò stesso perfetto.

Per migliorare il servizio, invece, sarebbe necessario lasciare spazio alla libera concorrenza, imponendo standard minimi e garantendo servizi essenziali.

Solo così si evitano nuove guerre, piccole e grandi. (Public Policy)

@ecisnetto

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