Public Policy
Facebook Twitter Feed RSS

Lo Spillo - In difesa dell'astensione consapevole

idrocarburi 13 aprile 2016

di Enrico Cisnetto

ROMA (Public Policy) - Si chiama "astensione consapevole" ed è un modo - perfettamente legittimo - per far vincere il "no" in un referendum, assodato che la legge prevede il quorum e che è statisticamente accertato che, salvo rari casi (divorzio, per esempio), a votare vadano quasi esclusivamente i favorevoli al quesito referendario. Compreso quello cosiddetto sulle trivelle di domenica prossima.

Lo so, il presidente della Corte costituzionale, Paolo Grossi, dice che il buon cittadino va sempre a votare, referendum compresi. Ma ci sono fior di costituzionalisti che spiegano come la sua sia un'opinione, legittima ma giuridicamente errata.

Per esempio, Marco Olivetti, ordinario di Diritto costituzionale a Foggia, ha spiegato su 'Formiche' che "l'astensione nel referendum è un diritto fondamentale del cittadino, in virtù del combinato disposto degli art. 21 (versante negativo della libertà di pensiero), 48 primo comma (libertà di voto, che include il diritto di non votare, salvo che esistano interessi pubblici imperativi, che giustificano la previsione del dovere civico di votare nelle elezioni) e 75 quarto comma (quorum di validità del referendum, che rende inoperante per tale referendum il dovere civico di votare)".

Votare è un "dovere civico", dice la Costituzione all'art.48 (cosa che non viene però ripetuta all'art.75, dove si parla di referendum), ma dal 1993 sono state cancellate le sanzioni, che erano simboliche e inapplicate visto che ormai l'astensione era diventato fenomeno di massa, considerato che l'offerta è spesso giudicata irricevibile dai due terzi degli italiani. E questi non si possono certo definire traditori della Costituzione. E se nel caso di elezioni politiche l'astensione è, di fatto, un voto consegnato a chi vince, nel caso del referendum è diventata risposta tanto ordinaria da influenzare l'esito finale.

E poi, lo sappiamo, i referendum sono stati snaturati e degradati a strumento di tatticismo politico. Questo di domenica più di altri. Il quale, oltre ad essere erroneo nel merito, replica lo stesso errore ripetuto negli ultimi 20 anni: trasforma una consultazione popolare nata per grandi temi in uno strumento di tattica politica in cui piccole questioni, spesso tecniche e ininfluenti, vengono strumentalizzate a battaglie ideologiche.

Gli italiani se ne sono accorti e, come risposta, nel corso del tempo hanno legittimato la pratica dell'astensione. Il primo referendum, quello sul divorzio, registrò un'affluenza dell'87,7%. Per i cinque quesiti radicali del 1981 si sfiorò l'80%, dove tra l'altro solo il tema dell'aborto vide il successo dei promotori, mentre su ergastolo, leggi contro il terrorismo e porto d'armi gli italiani si mostrano più conservativi, dimostrando che andare a votare "contro" rimaneva una scelta plausibile.

Ancora nel 1993, gli otto referendum (incluso quelli sul finanziamento ai partiti, sconfessato dai fatti con il "rimborso elettorale") portarono alle urne il 76,9% degli italiani. Da allora, però, lo strumento si è inflazionato, con 28 referendum abrogativi, raggruppati in sette tornate elettorali (1997, 1999, 2000, 2003, 2005, 2009, 2011) in cui la media dei votanti è stata delá34,4% e in cui solo 2 volte (nel 1995, con il 57,5% e nel 2011, con il 54,8%) è stato raggiunto il quorum.

Insomma, l'astensione è diventata una risposta fisiologica. Per esempio, i cattolici che oggi si professano "no-triv" in occasione della consultazione sulla procreazione assistita fecero proselitismo per il non voto.

Insomma, astenersi per far vincere il "no" dubito si possa arrecare qualche danno alla democrazia. Anzi...(Public Policy)

@ecisnetto

© Riproduzione riservata