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Lo Spillo - Il bonus bebè che serve (più) alla politica

maternità surrogata 18 maggio 2016

di Enrico Cisnetto

ROMA (Public Policy) - L'idea di raddoppiare il "bonus bebè" lanciata in questi giorni da alcuni esponenti del governo (Lorenzin e Costa) rischia di rivelarsi assolutamente inutile a combattere il crac demografico. Anzi, sembra solo un altro intervento spot.

Per com'è disegnata, infatti, la misura andrebbe a sostenere con 160 euro al mese invece di 80 il reddito delle famiglie con figli con meno di 3 anni e un Isee (è l'indicatore della "Situazione Economica Equivalente") inferiore ai 25 mila euro (e di 320 euro invece di 160 per i nuclei con l'Isee sotto i 7mila euro l'anno).

Si tratta evidentemente, più di una misura a termine per contrastare la povertà delle famiglie con bimbi piccoli che non un generalizzato incentivo alle nascite. E se è sbagliato il nome (si dovrebbe parlare, infatti, di "bonus alle famiglie povere con figli" più che "bonus bebè"), lo è ancor di più il concetto per il quale il ciclo demografico si possa rilanciare con misure spot.

Un figlio, se non casuale, è frutto di individuali scelte ponderate che prendono in considerazione crescita professionale, stabilità economica, guadagni attesi e futuri, come anche la possibilità di coniugare famiglia e lavoro, educazione del bambino e vita personale.

E in Italia c'è da essere preoccupati, perché le scelte sono palesemente negative. E, infatti, di bambini ne nascono pochi: in media 1,34 figli a coppia, mentre in Francia e Stati Uniti si arriva a due.

Non sono solo quelli con i redditi bassi a fare pochi figli, ma è tutta la "lost generation" ad essere ormai precaria "dentro", incerta su quale sarà il futuro anche più prossimo e, quindi, poca abituata a progettare e costruire.

Non si tratta solo di aumentare le scarse entrate della "generazione mille euro", ma di costruire un progetto. Gli ipotetici 320 milioni che sarebbero da stanziare per il raddoppio del "bonus bebè", invece, puntano tutto sull'oggi e niente sul domani.

Il problema, allora, non è l'entità del sostegno, ma proprio l'idea che si possano rilanciare gli anemici tassi di natalità degli ultimi decenni, e quindi la demografia e l'economia, con degli interventi estemporanei e non con una seria, strutturata e pluriennale politica a sostegno delle giovani generazioni.

Purtroppo, invece che alle reali esigenze future di genitori e bambini, il "bonus bebè" sembra rispondere ad esigenze momentanee della politica. Non sembra un caso, infatti, che la proposta arrivi dall'area cattolica del governo proprio all'indomani dell'approvazione delle unioni civili. (Public Policy)

@ecisnetto

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