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Lo Spillo

svizzera 25 febbraio 2015

ROMA (Public Policy) - di Enrico Cisnetto - Non è certo solo merito nostro. Gli accordi di cooperazione fiscale di questa settimana con Svizzera e Liechtenstein che mettono fine alla pluridecennale inviolabilità del segreto bancario sono il risultato di un lavoro, cominciato nel 2008 all'indomani del crack finanziario, quando la finanza internazionale è finita sotto accusa e i movimenti dei capitali hanno iniziato ad essere maggiormente verificati e analizzati a livello planetario.

Nel 2010, per esempio, gli Stati Uniti hanno introdotto una legge federale (le regole Facta) che obbliga gli americani residenti all'estero a comunicare i depositi oltre confine, con la possibilità di punire unilateralmente le banche estere che non collaborano. La Svizzera non ha potuto che adeguarsi a questo nuovo contesto transnazionale, come d'altronde hanno già fatto o stanno per fare ormai molti altri (orami ex) "paradisi fiscali": Monaco, Gibilterra, Isole Cook, Cayman, Bermuda. Perfino il Vaticano ha annunciato la volontà di muoversi per uscire dalla "black list" dell'Ocse.

Non è un caso che l'accordo con l'Italia (simile ad uno già siglato con la Germania) venga definito da tutti i banchieri elvetici come "inevitabile", che la stessa Confederazione stia per introdurre il reato di riciclaggio e che dal 2018 tra Berna e Roma partirà con un sistema di scambio automatico di informazioni. Da questa nuova "collaborazione" sovranazionale, da regole e procedure uniformi, dal principio stesso della trasparenza, d'altra parte, le banche svizzere si aspettano una maggiore facilità di ingresso negli altri mercati, a dimostrazione che l'interconnessione è ormai la base di partenza per operare nel settore finanziario (e non solo).

Negli ultimi decenni il mondo si è fatto più piccolo, più interdipendente, più multilaterale. Dopo gli eccessi che hanno condotto al crack del 2008, l'esigenza diffusa è stata quella di porre dei limiti alla finanza. In alcuni casi si è fatto poco, in altri decisamente di più, ma ogni risultato raggiunto è frutto di una svolta condivisa a livello sovranazionale, di una tendenza assai più grande della volontà o dell'abilità di questo o quella cancelleria o governo, poiché è palese che i flussi di capitale non possono essere controllati d'imperio solo per volontà di un singolo stato.

Insomma, rallegriamoci degli accordi raggiunti con Svizzera e Liechtenstein, ma restiamo consapevoli che godiamo di meriti che non sono (solo) i nostri. E non facciamoci illusioni più di tanto: i capitali fuggiti torneranno in misura contenuta. E solo se l'Italia nel frattempo diventa un Paese "normale". (Public Policy)

@ecisnetto

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