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Lo Spillo

ue 11 marzo 2015

ROMA (Public Policy) - di Enrico Cisnetto - Tanto è innovativa la nuova immagine della politica renziana quanto sono tradizionali gli errori del governo Renzi. I nostri conti non sono a posto e l'economia non è certo ripartita: ricominciare con un deficit spending del tutto sbilanciato sulla spesa pubblica improduttiva significherebbe ripetere gli stessi identici errori che ci hanno condotto sull'orlo del baratro, tra l'altro buttando alle ortiche tutti i sacrifici compiuti in questi anni di crisi e di austerità.

Il via libera alla legge di Stabilità arrivato dall'Ecofin equivale ad aver passato gli esami di riparazione dopo essere stati rimandati a fine 2014. Come ha sottolineato poi al Senato il commissario europeo agli Affari economici, Pierre Moscovici, l'Italia non è in recessione totale solo perché non c'è stata un'applicazione brutale delle regole sul debito. Senza dimenticare Draghi quando ripete che "il consolidamento fiscale non è finito".

Giustamente, perché pensare che qualche posto di lavoro o un decimo di pil in più siano condizioni sufficienti per tornare alla finanza allegra (e politicamente vantaggiosa), come sta attualmente facendo il governo, sarebbe un esiziale, diabolico e quanto mai nefasto errore ripetuto nel tempo. Gli anni della "finanza creativa" ci hanno condotto sull'orlo del baratro e, dalla metà del 2011, solo interventi draconiani sulle pensioni e sacrifici fiscali generalizzati hanno allontanato lo spauracchio del default e il deficit dal limite del 3%.

Ora, indipendentemente dalla bontà del vincolo europeo e per quanto nei momenti di crisi sia utile aumentare la spesa pubblica in funzione anticiclica, una politica economica che tralascia gli investimenti e gioca solo ad aumentare la spesa pubblica "in funzione elettorale" fino al limite del 3% rappresenta l'esatto opposto di un cambio di stagione. Soprattutto, non è più possibile erogare le nuove uscite in base ad ipotetiche ed aleatorie entrate future, per poi ritrovarsi con i conti pubblici disastrati, come sembra stia continuando però a fare il governo. L'esecutivo aveva previsto di incassare dalla spending review circa 15 miliardi di cui, però, non si vede nemmeno l'ombra, come ha rilevato la Corte dei conti.

Le maggiori spese decise dal governo saranno coperte, invece, dai risparmi derivanti dai minori interessi che paghiamo sul debito, di cui non abbiamo alcun merito. Allo stesso modo, nei decreti attuativi del Jobs Act è previsto un bonus contributivo di oltre 8000 euro all'anno per i neoassunti con contratto a tutele crescenti e l'ampliamento delle tutele del reddito in caso di disoccupazione. Queste nuove spese comporteranno inevitabilmente per l'Inps, tra minori entrate e maggiori uscite, costi che forse sono stimati con eccesso di ottimismo.

Senza contare che il bonus da 80 euro, per quanto efficace mediaticamente, ha dato davvero scarso respiro all'economia, andando però a pesare per 9,5 miliardi sui conti dello Stato, riportando il deficit vicino al 3%. Ecco, al di là della narrazione, che certamente ha una sua importanza, ci sono i numeri. Vorremmo che per una volta cambiassero anche quelli, non solo le parole. (Public Policy)

@ecisnetto

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