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Lo Spillo

fisco 22 luglio 2015

ROMA (Public Policy) - di Enrico Cisnetto - Matteo Renzi è animato da comprensibili ragioni politiche, ma la "rivoluzione fiscale" da lui annunciata fa a pugni con la realtà. Promettere tagli per 45 miliardi in 3 anni, quando nello stesso periodo è già previsto un aumento di tasse pari a quasi il doppio.

Nel caso in cui non si riuscisse a ridurre la spesa pubblica, infatti, le clausole di salvaguardia Ue faranno scattare aumenti per 17 miliardi nel 2016 che diventano 80 nel prossimo triennio. Insomma, si promette il pranzo della domenica senza avere i soldi per fare la spesa del sabato. In Italia la pressione fiscale è tra le più elevate d'Europa, ma non è certo uniforme. Anzi, tra le diverse categorie la sproporzione è notevole.

Soprattutto, in altri Paesi la qualità dei servizi pubblici erogati legittima un'imposizione fiscale ancor più elevata della nostra. Il cruccio maggiore degli italiani, spesso motivato, è che il prelievo fiscale finisca sperperato in mille rivoli improduttivi e clientelari perché il vero problema risiede sia nella quantità che nella qualità della spesa pubblica.

Basta fare un esempio. Il nostro Pil nominale è nove volte quello greco (1630 miliardi contro 183), mentre le uscite sono un multiplo di 11 (825 miliardi contro 75) e le nostre entrate solo di 7 (487,5 miliardi contro 67).

Insomma, in proporzione al Pil spendiamo il 10% in più (il 50,6% contro il 41%) di quello stato ellenico indicato (con ragione) al pubblico ludibrio come spendaccione, avendo un'imposizione fiscale addirittura inferiore (il 30% contro il 36,6%).

È evidente, allora, che prima di pensare ad una "rivoluzione copernicana" sulle tasse è necessario attuarne una sulla spesa. Sono anni che si sente parlare di spending review, di libri blu, di commissari.

Ma qui non si tratta di andare a cercare gli sprechi con il lanternino, di fare qualche taglio lineare o di eliminare 10 vitalizi parlamentari. Anzi, l'obiettivo primario non è neppure la riduzione della spesa, bensì della rimodulazione della stessa, da quella improduttiva a quella in conto capitale, anche attraverso le riforme di sistema.

Conosciamo tutti gli eccessi degli enti locali, il moltiplicarsi dei centri di spesa, i deficit miliardari di regioni e città, i buchi della sanità, l'inefficienza della pubblica amministrazione, i costi palesi e indotti della burocrazia.

Però continuiamo a mantenere un elefantiaco e inefficiente settore pubblico solo perché, per ogni stipendio assicurato, la politica conta di ricavarne qualche voto nell'urna. I soldi che oggi finiscono in un torrente improduttivo dovrebbero invece andare a irrorare l'arida voce di spesa degli investimenti in conto capitale, quella che davvero è in grado di rilanciare l'economia.

Forse anche più dei tagli di tasse e sicuramente più degli annunci impossibili. (Public Policy)

@ecisnetto

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