Public Policy
Facebook Twitter Feed RSS

Lo Spillo

ilva 05 agosto 2015

ROMA (Public Policy) - di Enrico Cisnetto - More solito, il diavolo si annida nei dettagli. Dopo la fiducia ottenuta alla Camera, il Senato ha convertito in via definitiva il cosiddetto decreto legge sui fallimenti.

Un provvedimento che nelle intenzioni del governo dovrebbe accelerare le procedure per il recupero crediti in caso di fallimenti e, indirettamente, aiutare le banche a smaltire i 200 miliardi di sofferenze che hanno in pancia. Bene, ma attenzione alle declinazioni pratiche che rischiano di capovolgere lo scopo iniziale della norma.

In merito alle regole sul concordato preventivo, è prevista più flessibilità su accesso al credito, offerte e cessioni di azienda o sue parti, solo che a decidere sulla legittimità di ogni azione sarà il tribunale: in teoria una garanzia di equità; nella pratica, viste le lentezze della giustizia civile, tempi più lunghi e procedure più complicate.

Per esempio, il tribunale dovrà “ricercare altri interessati all’acquisto, anche quando il debitore abbia già stipulato un contratto”, come un agente commerciale qualsiasi.

Inoltre, se da una parte il governo cerca meritoriamente di contrastare gli effetti economici delle iniziative della magistratura (Ilva, Fincantieri, Tirreno Power), proprio nello stesso provvedimento attribuisce ai giudici poteri “economici” ulteriori. Solo per citare alcuni casi.

In caso di esecuzioni immobiliari, sarà il giudice dovrà determinare il “valore dell’immobile”, indicare il prezzo di vendita o decidere se, quando e come procedere con la vendita all’asta.

Certo, si impone ai magistrati di “trattare con priorità le cause in cui è parte un fallimento o un concordato”, vengono introdotte “azioni esecutive a tutela del creditore” e ridotto il periodo feriale, ma si resta sul piano delle enunciazioni.

I ritocchi alla legge nel tentativo di restituire “centralità alla giurisdizione”, infatti, rendono più difficile il ricorso al concordato preventivo e intasano ancor di più i Tribunali. Se avessimo una giustizia funzionante e norme celeri per il recupero dei beni da parte dei creditori potrebbe andare, ma così non è.

Saranno quindi le banche a trovarsi in difficoltà maggiori perché, per quanto si sia abusato in passato nel ricorso al concordato, la dichiarazione di fallimento non offre assolutamente più garanzie.

Certo, gli istituiti di credito potranno dedurre a fini fiscali in un solo anno invece che in cinque i pesanti costi derivanti dai prestiti che non si riescono a riscuotere, come già avviene nel resto d’Europa.

E diventa vincolante un accordo sulla cessione dei debiti tra il 75% dei creditori, in modo da escludere il veto paralizzante di piccoli soggetti (anche se sarebbe meglio abbassare la quota al 51%), ma l’attribuzione di potere in materia economica ai magistrati resta comunque sproporzionata.

Insomma, se l’intenzione era buona, la realizzazione non lo è. Per l’intanto, però, sarà meglio provare a goderci le vacanze. Ci rivediamo a settembre. (Public Policy)

@ecisnetto

© Riproduzione riservata