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Lo Spillo
di Enrico Cisnetto

africa 09 settembre 2015

ROMA (Public Policy) - Né la retorica dell'accoglienza buonista, né quella ruvida dei respingimenti potranno mai risolvere l'emergenza permanente rappresentata dall'ondata migratoria verso l'Europa.

Certo, se governata adeguatamente, l'immigrazione può coprire nostre lacune demografiche e imprenditoriali, come può assicurare una vita migliore a migliaia di persone. Ma in ogni caso è un fenomeno che, per dimensioni e struttura, rischia di essere ingovernabile e non può certo essere risolto con interventi spot o soluzioni tampone.

Il problema, invece, risiede nel cronico sottosviluppo di alcune aree del pianeta, l'Africa in primis, e la soluzione sta nel mettervi rimedio. Dunque, l'unica strada efficace nel lungo termine è quella di implementare la cooperazione allo sviluppo, permettendo a centinaia di milioni di persone di uscire dalla povertà. E non si tratta di un semplicistico "aiutiamoli a casa loro". No, la questione è strategica.

L'Italia è, geograficamente e culturalmente, il ponte dell'Europa verso sud ed è anche per definizione la primaria responsabile della politica estera in Africa. Ora, dal recente giacimento scoperto dall'Eni a largo delle coste egiziane, passando per la presenza in Libia, fino alle attività in diversi paesi centroafricani (Angola, Congo, Gabon, Ghana e Mozambico), l'Eni, nei fatti, sta consegnando all'Italia una posizione chiave in Africa.

Nelle dichiarazioni, con la promessa di arrivare a spendere lo 0,3% del Pil in cooperazione, come nell'agenda dei suoi viaggi (Tunisia, Mozambico, Congo-Brazzaville e Angola), anche Matteo Renzi sembra riconoscere l'importanza strategica di quel continente. Allora, la strada è interpresa e non bisogna lasciarla.

È fondamentale aumentare le spese per lo sviluppo dei Paesi africani, per arginare il fenomeno migratorio, per creare relazioni stabili con molti Paesi, per garantire mercati di sbocco alla nostra economia, a patto che gli investimenti in cooperazione siano spesi bene. Al riguardo, permettetemi di ricordare la recente scomparsa di Laura Perna.

Lei, medico e donna dalle qualità fuori da comune, è stata con Hugo Rios la fondatrice di Kimbondo, piccolo centro di accoglienza alla periferia di Kinshasa, capitale della Repubblica democratica del Congo, che negli anni è divenuto un ospedale pediatrico dove sono stati salvati migliaia di bambini malati, orfani e abbandonati.

Oltre ai risultati pratici ottenuti, però, voglio ricordare la filosofia di Laura - cui l'Italia farebbe bene a tributare un omaggio postumo non formale - che trascende la semplice carità, gli interventi sporadici o la superficiale benevolenza.

A Kimbondo si forniscono gli strumenti e le basi per l'autosufficienza, come dimostra il progetto agricolo Kinta o la scuola Saint Claret. Si lavora costantemente e senza sporadicità affinché, un giorno, anche in terre ora mutilate si possa camminare da soli. Come a Kimbondo, così in tutta l'Africa, l'uscita dalla povertà è interesse di tutti. (Public Policy)

@ecisnetto

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