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Lo Spillo

ambiente 21 ottobre 2015

ROMA (Public Policy) - di Enrico Cisnetto - Il nostro territorio non è solo bello, è anche ricco. Nel senso che la tutela dell'ambiente può essere fonte di occupazione e reddito, a patto di promuovere strumenti pratici per la riqualificazione dell'esistente e non solo l'apologia ideale delle bellezze naturali.

Come ricordato da Public Policy, riparte alla Camera l'esame del ddl Consumo del suolo. È un peccato che nell'emendamento dei relatori (Fiorio e Braga, Pd) per la rigenerazione della aree urbane periferiche degradate sia scomparso il riferimento al sostegno di fondi statali e comunitari e, soprattutto, la possibilità che Comuni e Regioni, in deroga al Patto di stabilità interno, possano supportare interventi con agevolazioni e sconti fiscali.

Il testo, sui cui sono chiamati a esprimere un parere i ministri Martina e Galletti, prevede una delega al governo per approvare un piano di recupero delle periferie attraverso il "riuso del suolo" di spazi pubblici e privati (demolizioni e sostituzioni di edifici esistenti, la creazione di aree verdi, pedonalizzate e piste ciclabili).

L'intento è lodevole, ma ha perso la sua parte migliore per strada perché, senza il dovuto sostegno economico, si rischia di rimanere nell'ambito delle buone intenzioni.

Nella pratica, già esistono numerosi progetti di recupero e rigenerazione dell'esistente che, trascendendo la mera conservazione dell'esistente, possono dare nuova vita a spazi ormai morti. L'Agenzia del demanio ne ha alcuni in corso su aree ferroviarie, piste ciclabili e, per esempio, al "Polo della Giustizia" di Bari, mentre sta programmando interventi su vecchie case cantoniere.

A Torino, entro il 2016, dovrebbero partire i lavori nelle ex Manifatture Tabacchi-Fimit, che trasformeranno dieci immobili di proprietà pubblica in disuso. Inoltre, considerato che il 41% del consumo del suolo è dovuto alle infrastrutture stradali, è interessante un progetto dell'Università di Perugia che potrebbe concretamente recuperare tra l'80% e il 90% dei 1500 ettari di terreno chiusi tra strade, svincoli e parcheggi.

Aree che, pur non essendo totalmente distrutte, sono oggi inutilizzabili, ma che potrebbero generare ricchezza attraverso piantagioni per la produzione di biomassa legnosa o legname di pregio, isole di "bellezza paesaggistica" o di "conservazione della biodiversità vegetale", sistemi naturali di raccolta delle acque.

In Italia ogni secondo circa 7 metri quadrati di superficie agricola o naturale vengono coperti da asfalto o cemento, con il consumo del suolo che è passato dal 2,7% degli anni Cinquanta al 7% del 2014.

Insomma, poiché non è possibile "fermare lo sviluppo", riqualificare l'esistente in passato eccessivamente sfruttato, può essere una virtuosa via d'uscita sia sotto un profilo ambientale che su uno economico. Perché la bellezza, anche quella ambientale, ha valore solo quando ci arricchisce. (Public Policy)

@ecisnetto

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