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Lo Spillo - La legge sull'omicidio stradale è un "meno peggio"

auto omicidio stradale 09 marzo 2016

di Enrico Cisnetto

ROMA (Public Policy) - Se non è l'ottimo, è almeno un necessario "meno peggio". La legge sull'omicidio stradale appena entrata in vigore aumenta le pene, punendo con una reclusione da 4 a 8 anni chi uccide guidando al doppio della velocità consentita e da 5 a 12 anni se non si è sobri o lucidi.

Si sono levate critiche, come quella dell'Unione delle Camere penali, che la definisce "una norma manifesto che mistifica il diritto penale", poiché va a punire in modo assai aspro un reato colposo. Se i penalisti possono avere ragione nella forma, purtroppo, non è così nella sostanza.

Le vecchie norme prevedevano pene dai 2 ai 7 anni per omicidi commessi in violazione di norme del codice della strada e dai 3 ai 7 anni per quelli avvenuti sotto effetto di alcol o droghe. Purtroppo, con la lentezza della giustizia italiana, sconti di pena, buona condotta, prescrizioni, discrezionalità del giudice, possibilità di patteggiamenti e riti abbreviati, spesso i colpevoli non hanno fatto nemmeno un giorno di carcere.

Ora, non si tratta di fervore giustizialista, ma di utilizzare la funzione sociale della sanzione come deterrente, per limitare almeno parte dei 3mila morti che ogni anno si contano sulle nostre strade. Insomma, nelle more di una riforma della giustizia penale che ormai è una chimera, questa legge sull'omicidio stradale molto voluta da Riccardo Nencini, viceministro alle Infrastrutture, è stato un provvedimento necessario che è andato a supplire, su un tema delicato e molto sentito, le incertezze del nostro sistema giuridico, fissando almeno qualche paletto.

Ora, è ovvio che la riforma complessiva del sistema giudiziario è e resta la priorità. Ma senza una riduzione dei tempi dei processi, una revisione del codice penale, una semplificazione degli iter nei tribunali, senza alcuna certezza della pena questo è solo uno dei tanti provvedimenti che vanno a coprire le attuali lacune e i profondi squilibri che, spesso, si trasformano in senso di ingiustizia e rassegnazione, anche nei confronti dello Stato. (Public Policy)

@ecisnetto

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