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Lo Spillo - Serve semplificare. Ma non a parole

Semplificazioni 11 maggio 2016

di Enrico Cisnetto

ROMA (Public Policy) - Sempre troppe regole. Per quanto la parola semplificazione venga ripetuta come un mantra un po' da tutti, nel concreto non si vedono passi avanti. Così, le eccessive, intricate e molteplici norme in materia di giustizia, fisco e burocrazia continuano a bloccare lo sviluppo. Anzi, moltiplicano lo spreco di soldi, tempo ed energie.

Infatti, l’allungamento dei tempi di prescrizione appena approvato non offre alcuna garanzia che il presunto colpevole possa essere condannato più facilmente, ma aggrava solo la lentezza biblica dei tempi dei processi che già ora durano mediamente 7 anni nel penale e 4 nel civile, creando un contesto di assoluta incertezza per l’economia.

Come si convince un imprenditore a investire se ci vogliono mille giorni per avviare il primo grado di una causa civile, di media 10 anni per concludere i fallimenti e 9 per la giustizia tributaria? Un ritardo che, secondo Banca mondiale e Bankitalia, pesa per l’1% del Pil, pari a circa 16 miliardi l’anno. Il ministro Padoan aveva sostenuto che dalle riforme strutturali l’Italia può guadagnare tre punti di Pil, a patto però di includere quella della giustizia.

Invece sono stati introdotti reati come il “traffico di influenze illecite” (durante il governo Monti) o il falso in bilancio per le Pmi, che aggravano solo l’inestricabile gomitolo di norme esistenti, aumentando il potere discrezionale del giudice e l’incertezza del cittadino. Eppure, basterebbe un poco di ragionevole concretezza, invece di norme astruse e gogne mediatiche, come per esempio fa il viceministro Nencini in materia di lobby, pubblicando sul sito del ministero i suoi incontri.

E se il costo dei processi pesa in media il 30% del valore della causa, quello della burocrazia per la Cgia di Mestre arriva a costare alle piccole e medie imprese 31 miliardi di euro ogni anno, circa il 2% del Pil, pari a 7mila euro ad azienda. Secondo Rete Imprese Italia, solo eliminando i 9 miliardi di “oneri impropri”, il Pil potrebbe crescere di 16 miliardi e la disoccupazione scendere dello 0,5%.

Per non parlare del prelievo fiscale, che oltre ad essere eccessivamente alto e male utilizzato, è anche pessimamente organizzato. Infatti, la stessa quota di tasse viene suddivisa in troppe imposte diverse che, oltretutto, variano in continuazione, sono incomprensibili e, in caso di errore, sono sempre e comunque responsabilità del contribuente. Il governo, per esempio, ha lanciato il 730 pre-compilato, dimenticando che ogni dichiarazione è necessariamente parziale, dal momento che ogni situazione fiscale è diversa.

Allo stesso modo, sul pagamento del canone Rai in bolletta elettrica, non è chiaro chi dovrà pagare e quanto, come si potrà regolarizzare la propria posizione, che ruolo avranno gli operatori elettrici e nemmeno come comunicare con l’Agenzia delle entrate. Intanto, lontana dagli slogan, resta viva e vegeta la variopinta giungla delle deduzioni e delle detrazioni, che comprende cose come la “depigmentazione delle ciglia”, la cura dell’alopecia o i corsi di teologia presso le università pontificie.

Insomma, ci sono troppe e complicate regole. E queste, come dicono i magistrati che non fanno politica, sono il primo strumento di chi commette i crimini. Insomma, più che nuove severe norme, o l’inasprimento delle esistenti, serve semplificare. Ma non a parole. (Public Policy)

@ecisnetto

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