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Lo Spillo - Spacchettare il referendum, adesso

riforme 19 maggio 2016

di Enrico Cisnetto

ROMA (Public Policy) - Riportare il referendum costituzionale alla sua vera essenza, che non deve essere un plebiscito su un governo o un leader politico, ma una scelta collettiva, condivisa e storica sul futuro assetto della Repubblica.

Questo potrebbe essere l’effetto dello “spacchettamento” dei quesiti sulla riforma costituzionale sulla quale saremo chiamati a esprimerci. Infatti, Renzi ha affrontato il referendum di ottobre al grido “con me o contro di me” e ora, nonostante una parziale marcia indietro, la consultazione si sta trasformando in una battaglia elettorale come tante.

Ma quello sulla Costituzione non è un voto come gli altri, e non si può prescindere dai contenuti. Per fortuna si sta diffondendo l’idea di “spacchettare” per quesiti separati ogni capitolo della riforma, in base ad un suggerimento del costituzionalista Fulco Lanchester con i Radicali, ripresa sia dalla minoranza Pd che da altre forze di opposizione.

Ora, è irrilevante se questa sia una mossa tattica degli oppositori di Renzi. Quello che sarebbe importante, invece, è avere la possibilità di votare – per esempio – un convinto “si” alla contro-riforma del Titolo V, riportando finalmente a livello centrale le competenze su energia, infrastrutture (personalmente inserirei anche la sanità) o altre materie su cui la regionalizzazione ha creato disastri amministrativi e buchi di bilancio. Allo stesso modo, si potrebbe essere favorevoli all’abolizione del Cnel.

Invece, poter votare “no” alla trasformazione del Senato in una sorta di dopolavoro ferroviario per membri eletti dai consiglieri regionali e comunali (che avranno anche l’immunità parlamentare e sono la classe politica più screditata) e di cui è chiaro come saranno suddivise le competenze legislative con la Camera.

Allo stesso modo, votare “no” al vincolo di fiducia intestato ad una sola Camera eletta con legge proporzionale con effetti eccessivamente maggioritari (una contraddizione in termini) e capolista bloccati stile Porcellum.

E si potrebbe quantomeno poter riflettere sulle modifiche introdotte su referendum abrogativi, elezione dei giudici costituzionali e del presidente della Repubblica, proposte di legge di iniziativa popolare, ricorsi preventivi alla Corte costituzionale contro le leggi elettorali.

È lecito dubitare di una riforma che complessivamente non chiarisce quale sarà la forma di governo, visto che il presidente della Repubblica non potrà più nominare il presidente del Consiglio – che sarà automaticamente il capo del partito che avrà ottenuto il premio di maggioranza – e non potrà più opporsi allo scioglimento del Parlamento quando quel capo di maggioranza lo riterrà opportuno e benefico per i suoi interessi di partito.

Insomma, non sarà più una repubblica parlamentare, ma nemmeno un premierato. Un ibrido che, inoltre, ci espone a derive autoritarie. Naturalmente sono solo esempi. Ci sarà sicuramente chi vorrà votare esattamente al contrario. L’importante è poterlo fare.

Così, se in autunno invece di un “si” o un “no” con cui accettare o respingere l’insieme della riforma, si procedesse ad un referendum per quesiti separati sui singoli contenuti della riforma, forse si potrebbe salvare il buono ed eliminare il cattivo. (Public Policy)

@ecisnetto

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