Public Policy
Facebook Twitter Feed RSS

Lo Spillo - Ultima chiamata per la bad bank italiana

banche 13 gennaio 2016

ROMA (Public Policy) - di Enrico Cisnetto - Nonostante tutto, l'occasione c'è ancora. La commissaria Ue alla concorrenza, Margrethe Vestager, ha aperto ad una (nuova) proposta italiana sulla bad bank. Dopo l'irrigidimento delle norme europee del 2013 e la bocciatura del sostegno in favore di Banca Tercas per violazione degli aiuti di Stato del dicembre scorso, la Commissione Ue sembra ora aver capito che bisogna concedere al nostro Paese almeno una possibilità. Ma noi abbiamo capito che questa occasione non possiamo perderla?

La domanda è giustificata perché negli ultimi tempi la pressione su Bruxelles sembra diminuita. Le argomentazioni non ci mancano. Infatti, mentre negli anni di crisi abbiamo ripetuto che le nostre banche stavano bene, dodici altri paesi europei creavano società specializzate nella gestione dei crediti deteriorati, altrimenti conosciute come bad bank. Così, sul totale dei nostri prestiti il 16,7% è deteriorato (200 miliardi di sofferenze e 350 di crediti incagliati) a fronte del più fisiologico 3,4% della Germania. Una montagna, la nostra, che rende difficile per le banche rispettare gli stringenti requisiti patrimoniali e, quindi, erogare credito all'economia finanziando le attività produttive nonostante l'enorme quantità di liquidità in circolazione. Il governo può ora trattare con l'Unione europea per non incorrere in ulteriori divieti.

Dal 2008, però, il profilo delle bad bank è cambiato, passando da una natura sostanzialmente pubblica ad una essenzialmente privata. Ma con il tempo le regole europee si sono fatte più stringenti e oggi anche una società di gestione dei crediti deteriorati totalmente privata, ma assistita da garanzie pubbliche, è comunque considerata bad bank. Ecco, nel trattare i dettagli tecnici con Bruxelles il nodo da risolvere risiede nella differenza tra il prezzo a cui le banche vorrebbero vendere i non performing loans e quello a cui le società specializzate vorrebbero acquistarlo: un gap da colmare con un intervento pubblico che non violi le regole europee. Le soluzioni possibili sono due: una garanzia pubblica che copra eventuali perdite dei privati o un incentivo all'acquisto.

Tra le due soluzioni sarebbe preferibile usare i soldi pubblici per facilitare la vendita rapida e massiva di questi crediti deteriorati a società specializzate, in modo da liberare le banche e creare un mercato libero. Le esperienze estere dimostrano che il sistema funziona e che da una crisi si crea una opportunità. In ogni caso, l'importante è che la bad bank si faccia. E nel trattare con Bruxelles non serve sbattere i pugni sul tavolo, ma concertare termini e dettagli, come raramente abbiamo fatto. C'è un'occasione inaspettata. Forse l'ultima. Sfruttiamola.(Public Policy) @ecisnetto

© Riproduzione riservata