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MAGISTRATI E POLITICA, IL PROBLEMA È L'IMMAGINE DI IMPARZIALITÀ /INTERVISTA

magistrati 11 gennaio 2013



(Public Policy) - Roma, 11 gen - (di Leopoldo Papi) Il tema
dei magistrati in politica torna ad essere d'attualità, con
la decisione di Antonio Ingroia di candidarsi alla guida di
"Rivoluzione Civile", lista sostenuta da Rifondazione
comunsta, dal Partito dei comunisti italiani, Verdi, Idv e
dal Movimento arancione del sindaco di Napoli Luigi de
Magistris.

Ma il procuratore antimafia di Palermo non è l'unico ad
essere "sceso in campo". Il 7 gennaio il Csm ha approvato le
richieste di aspettativa per motivi elettorali, tra vari
altri, del pm antiterrorismo di Milano Stefano Dambruoso,
che ha aderito al manifesto di Italia futura di Montezemolo,
e del procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso, che ha
fatto domanda di prepensionamento e si è candidato col Pd.

Se i magistrati rivendicano il "diritto" di partecipare e
contribuire alla vita politica, c'è però chi, come Valerio
Spigarelli, avvocato e presidente dell'Unione delle Camere
Penali, sottolinea i rischi e i problemi connessi alla loro
scelta.

D. MA CI SONO NORME CHE IMPEDISCONO AI MAGISTRATI DI FARE
POLITICA?
R. No. Tant'è vero che si candidano, dopo aver chiesto
l'aspettativa elettorale al Csm, che difficilmente la nega.
Il problema vero però è quello del rientro del magistrato
all'interno dei ranghi della magistratura, dopo aver assunto
una funzione per definizione portatrice di una parzialità,
in uno schieramento di questo o quel versante politico.

Il tema è stato affrontato anche da alcuni disegni di
legge, tra essi uno proposto da Felice Casson (Pd), che
prevede che, dopo il mandato, fossero collocati in altri
ambiti dell'amministrazione, ma non in magistratura. Il
principio alla base di queste proposte è che, l'aver assunto
un mandato parlamentare, fa perdere un immagine di assoluta
imparzialità.

D. CI SONO ALTRE CONTROINDICAZIONI?
R. Fermo restando che è impossibile ipotizzare che un
magistrato venga espropriato del tutto dell'elettorato
passivo - questo sì che porrebbe problemi di
costituzionalità - un altro problema consiste nel fatto che
anche la preventiva attività del magistrato può essere in
qualche misura ritenuta poco corrispondente all'imparzialità
della funzione, laddove si verificano fatti come quelli di
questi giorni: un magistrato che da un giorno all'altro si
dimette dalla carica e si candida con un partito, rischia di
gettare una luce negativa su quel che ha fatto fino al
giorno prima, anche se l'ha fatto in maniera specchiata.
Poi c'è un problema per particolari tipi di uffici.

Ad esempio quello del procuratore nazionale antimafia, che
prevede l'accesso a informazioni particolarmente riservate.
Un passaggio repentino da un'attività così delicata a quella
politica può esporre al sospetto, magari non fondato - in
questo caso Pietro Grasso ha sempre dimostrato molta
correttezza - che possano essere utilizzate informazioni di
questo genere per fini politici.

Anche qui il problema prescinde totalmente dalla persona o
dalla correttezza individuale, ma riguarda il rischio che
l'attività di un ufficio così importante e delicato venga
offuscata dal passaggio in politica, senza un periodo che
separi le due funzioni.

D. VOI COSA PROPONETE?
R. Un magistrato che sta sulle pagine dei giornali, prende
posizioni a cagione delle indagini che porta avanti, e poi
si candida in politica, comporta un problema di immagine
dell'ufficio e di ciò che ha fatto precedentemente. È quindi
necessario prevedere, in relazione alla trasparenza e
all'immagine degli uffici, che il magistrato che vuole
esercitare il suo elettorato passivo, smetta di fare il
magistrato, con un congruo anticipo.

In altre parole, deve mettersi in aspettativa molto prima
di scendere in politica. Si potrebbe ipotizzare inoltre che
chi abbia queste intenzioni non ricopra cariche importanti,
o di vertice nell'anno precedente o in un periodo da
stabilire, o sia addetto a un particolare tipo di lavoro che
non ha un'esposizione pubblica. Successivamente si deve poi
prevedere una riassunzione nei ranghi dello Stato in altre
attività diverse dalle funzioni giudiziarie.

D. POI C'È IL TEMA DEI MAGISTRATI FUORI RUOLO. QUAL È LA
VOSTRA POSIZIONE?
R. È un problema nel problema, perché si produce una
vicinanza tra il magistrato fuori ruolo e l'alta
amministrazione - e fatalmente la politica, perché se vai a
fare il capo di gabinetto di un ministro c'è ovviamente una
vicinanza - del tutto anomala e non spiegata. Abbiamo circa
280 magistrati fuori ruolo, che svolgono attività in seno
alle amministrazioni, nei ministeri, alla presidenza della
Repubblica, alla Corte costituzionale che non hanno nulla a
che vedere con la funzione della magistratura.

Svolgono funzioni importanti, stanno nelle authority, negli
uffici legislativi dei ministeri, come quello della
Giustizia, che ne è pieno. C'è dunque una sorta di ellittica
circolazione: la magistratura assiste l'alta
amministrazione, scrive le leggi che poi vengono approvate
dal Parlamento e poi le interpreta nel momento in cui
entrano in vigore.

L'Unione delle Camere penali da anni dice che questo dei
fuori ruolo è un problema nel problema, e sarebbe
facilissimo risolverlo, eliminando questa possibilità se non
in taluni casi in cui obiettivamente c'è bisogno della
professionalità particolare di un magistrato, penso ad
esempio alla Corte costituzionale. Anche se poi non
necessariamente i giudici costituzionali devono essere
assistiti da magistrati, potrebbero avere come assistenti
professori universitari, cassazionisti o altri. Su questo
tema si dovrebbe intervenire in maniera drastica. (Public
Policy)

LEP

 

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