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NAPOLITANO, IL PD E IL DECLINO DELL'ITALIA

napolitano 22 aprile 2013

NAPOLITANO BIS

(Public Policy) - Roma, 22 apr - (di Aroldo Barbieri)
Obama si è felicitato per le rielezione di Giorgio Napolitano,
parlando di “servizio” al proprio Paese, lo stesso Napolitano
si è rivolto ai partiti, che lo hanno sollecitato con forza a
restare, ricordando i “doveri” del loro status. Parole secondo
logica, ma divenute inusuali non solo in questi ultimi giorni
delle più forti contorsioni della politica, lontane dal sentire
della “casta”, apparsa impegnata a difendere il particolarismo
di un’Italia che non c’è più. In questo ha brillato il tentativo
tanto generoso quanto astorico del segretario del Pd.

Pierluigi Bersani ha cercato in ogni modo di conservare l’unità
del partito-Stato (per via della maggiore rappresentanza in
Parlamento e nel Paese), ma ha dovuto alla fine alzare le mani,
quando la sua stessa portavoce gli ha votato contro e due big
del partito: Marini e, soprattutto il ben più titolato Prodi,
sono stati impallinati dalle opposte anime di un partito da
sempre composito (come si addice ad uno Stato), ma divenuto
negli ultimi tempi troppo diversificato, proprio perché indebolito
dalla crisi dello Stato. La riconferma di Napolitano ha, per ora,
coperto le indecisioni, per non dire le rivalità interne al partito
di maggioranza, le quali confermano come nei momenti difficili
le molte anime e le molte culture, che sono ricchezza nei momenti
felici, finiscano per emergere in negativo quando c’è burrasca.

Il presidente Napolitano è chiamato a fare da levatrice ad
un Governo, che sappia fare le principali riforme istituzionali
e che restituisca forza ad un’impalcatura oggi troppo lontana
dalla realtà e troppo vicina alle esigenze dell’immediato dopo
guerra, quando è stata ideata.

Ma soprattutto il nuovo Governo dovrà ridare fiducia ad un Paese
smarrito, sul quale la crisi, che investe tutto il mondo occidentale,
sta incidendo più che altrove, sia per la sua debolezza strutturale,
sia perché da noi il conservatorismo (non di destra o di sinistra,
ma della nostra cultura) ha impedito la trasformazione dell’apparato
produttivo. L’Italia, è bene dirlo, sta piegando le gambe. In particolare
le Pmi (del terziario sopratutto) non ce la fanno a reagire al
cataclisma che viene dalla fine del consumismo, dalla globalizzazione
e dalla politica scelta dall’Europa a favore della moneta forte.

Alla fine di questo processo sicuramente l’Italia non sarà quella
del passato e neppure quella del presente: molte piccole imprese
che lavoravano per la mano pubblica e per il mercato interno non
ci saranno più. Nasceranno altre imprese, più in linea con l’economia
attuale, altre cresceranno di dimensioni, altre si internazionalizzeranno.

Dato per scontato che il prossimo Governo non potrà recuperare quella
parte dell’economia che era legato al consumismo (vedi mutui casa
dati a tutti e al 100% del valore dell’immobile e prestiti personali
per comprare “a buffo” il suv di importazione), con cui l’Occidente
ha coperto ai suoi cittadini per oltre un ventennio che l’economia
globalizzata arricchiva i Paesi dell’ex terzo mondo (siano essi Cina
e India, siano i Brics) e impoveriva quelli avanzati.

Potrà e dovrà agire sugli altri due versanti: favorire la trasformazione
dell’economia e della società rendendole più competitive e contrastare in Europa
il verbo monetarista, per favorire l’evoluzione della UE verso maggiore
democrazia (Parlamento su Consiglio ministri) e soprattutto verso una
maggiore Unione, il che equivale a mediazione fra le molte realtà,
in particolare tra quella mediterranea e quella centroeuropea, che oggi
pesa troppo attraverso la preminenza della Germania. (Public Policy)

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