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NAPOLITANO SPRONA I PARTITI A UNA "LABORIOSA OPEROSITÀ"

03 giugno 2013

(Public Policy) - Roma, 3 giu -(di Aroldo Barbieri)
Il presidente Giorgio Napolitano ha spronato i partiti ad
una “laboriosa operosità”, allarmato dai risultati della
tornata amministrativa, che ha visto la vittoria dell’astensionismo,
un passo oltre la protesta che aveva caratterizzato la
consultazione politica. Gli italiani sono sempre più diffidenti
circa la capacità della classe politica di risolvere
i problemi, mentre si fa strada il legame tra difficoltà
socioeconomiche e struttura dello Stato e delle sue articolazioni
sul territorio.

Di qui il dibattito sulle riforme istituzionali e soprattutto
sui tempi che queste comportano. Napolitano ha considerato
congrui i 18 mesi accordati al Governo e ai partiti per le riforme,
il premier Letta ha posto il problema del rapporto fra elezione
diretta del presidente della Repubblica e legge elettorale e ha
confermato di guidare un Governo a termine, ma non precario, perché
legato a una durata di almeno 18 mesi.

Ma non manca, soprattutto all’interno del Pd, lo scetticismo
sulla possibilità di governare insieme al Pdl per un tempo così
lungo. In particolare i renziani hanno sottolineato con forza l’esigenza
di riassicurarsi nei riguardi di future probabili elezioni con
il ritorno immediato al Mattarellum. Al sindaco di Firenze, e
non solo a lui, è chiaro che con tempi così lunghi la sua iniziativa
politica potrebbe essere bruciata e il vantaggio che gode oggi
all’interno e fuori del Pd potrebbe ridimensionarsi.

Ma gli sono presenti anche le difficoltà che la “strana maggioranza”,
la stessa del Governo Monti, ha proiettato e proietta sull’operatività
dell’esecutivo. Nei giorni in cui i servizi studi di Cgil e Cisl
alzano l’ennesimo grido d’allarme sulla dimensioni della disoccupazione
e dell’inoccupazione giovanile, ma nei quali dimostrano anche
di saper reagire al momento difficile con l’accordo sul criterio
per misurare la rappresentatività (che rende meno incerta l’applicazione
degli accordi contrattuali), cominciano a circolare voci allarmanti
circa le misure che il Governo Letta intenderebbe assumere per
fronteggiare la difficilissima condizione del’Italia in termini
di imposte e sostegno al lavoro.

Se appare scontata la necessità di rivedere certe misure della riforma
Fornero, sia in ordine al lavoro temporaneo che alle pensioni (a suo tempo
dettate dall’urgenza finanziaria e dalle pressioni 'di principio' della
Cgil, ma del tutto fuori luogo in momento di caduta del Pil), è opportuno
ricordare che l’eccesso di compromesso o misure che derivano solo dalle
necessità di cassa sono portatrici di altri guai.

Un esempio viene dall’Imu. Il Pdl fa della cancellazione sulla prima
casa un sine qua non. E non importa se in tutta Europa la prima casa
è tassata. E cosa si inventa? Di non farla pagare a chi ha una sola casa,
sia essa la prima o la seconda e picchiare ancora di più sugli altri.
Doppio errore: già ora le seconde case sono le vere vittime del sistema,
perché pagano tutto raddoppiato. Sostituire l’Imu con una service tax appare
la via meno iniqua, perché legata ai servizi che i Comuni prestano al cittadino.

Chi ne ha di più dovrà pagare di più, sia proprietario o affittuario.
Diversamente bisognerebbe avvicinare e di molto le tariffe sui servizi
ai loro costi. Il condizionale è d’obbligo: a Roma biglietti e tessere
per il bus coprono il 20% del costo. A quanto dovremmo portare i biglietti?
Il che significa che già oggi le imposte finanziano le tasse relative
a servizi spesso insoddisfacenti. Vogliamo continuare su questa strada,
che notoriamente deresponsabilizza sindaci, cittadini, 'portoghesi' e compagnia?

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