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Parlamento, come funziona la riforma delle retribuzioni

parlamento 01 ottobre 2014

ROMA (Public Policy) - La presenza di sottotetti modulati proporzionalmente e al netto degli oneri previdenziali e delle indennità di funzioni. Sono queste le due principali differenze contenute nella riforma delle retribuzioni dei dipendenti di Camera e Senato, approvata oggi dai rispettivi uffici di presidenza senza la firma dei sindacati, rispetto al dl Irpef che ha introdotto il tetto massimo per i dipendenti della Pa e che porterà, tra il 2015 e il 2018, circa 97 milioni di risparmi.

"Gli uffici di presidenza di Camera e Senato hanno ritenuto che fosse giusto che anche noi aprissimo una riflessione, pur adattandola all'autonomia e alle specificità delle nostre istituzioni", ha spiegato Marina Sereni, deputata Pd, vicepresidente della Camera e presidente del Comitato per gli affari del personale di Montecitorio. Valeria Fedeli, vicepresidente del Senato, Pd, e responsabile per gli affari del personale di palazzo Madama, ha sottolineato di aver "tenuto in considerazione le professionalità delle persone che lavorano qui cercando di non spingerle a dire 'allora me ne vado via'".

Ma come funziona la riforma che inizierà ad entrare in vigore a partire dal 1° gennaio 2015? Per la Camera i tetti individuati sono: 240mila euro per i consiglieri (a fronte degli attuali 358mila); 166mila per documentaristi, ragionieri e tecnici (oggi il tetto è 237.990); 115mila per i segretari (da 156.185); 106mila per i collaboratori tecnici (da 152.663); 99mila euro per gli operatori tecnici e gli assistenti (da 136.120 euro). Per il Senato: 240mila euro per i consiglieri (da 358mila); 172mila per i stenografi (da 256.542); 166mila per i segretari (da 228.179); 115mila per i coadiutori (da 171.809); 99mila euro per gli assistenti (da 142.572 euro.

I nuovi tetti verranno raggiunti al 23esimo anno di servizio, dopo scatterà il blocco della progressione retributiva con la possibilità di ricevere un incentivo per merito e produttività pari al 10% della retribuzione. Per i dipendenti che ad oggi superano già i tetti stabiliti la riduzione dello stipendio in eccesso sarà progressiva nell'arco di quattro anni: dal 1° gennaio 2015 al 1° gennaio 2018. Sia per la Camera che per il Senato chi eccede il tetto fino ad un 25% vedrà ridursi la ritribuzione in eccesso del 20% nel 2015, del 30% nel 2016, del 40% nel 2017, del 55% nel 2018; per gli stipendi superiori al tetto dal 25 al 40% la riduzione sarà dal 2015 al 2018 rispettivamente del 30%, del 40%, del 50% e del 75%; per chi supera il tetto di oltre il 40% la riduzione delle eccedenze in quattro anni sarà del 50%, del 70%, dell'80% e del 100%.

Tuttavia la riforma non stravolge i diritti acquisiti. Per esempio un consigliere parlamentare della Camera al 36esimo anno di servizio nel 2018 avrebbe comunque - nonostante il taglio delle eccedenze - uno stipendio di 276mila euro (al di sopra del tetto stabilito di 240mila euro). Sereni ha evidenziato quindi come i tetti varranno senz'altro per i nuovi assunti e che non potevano essere tagliati tout court dei diritti acquisiti: "Stiamo comunque parlando di un numero non elevatissimo di dipendenti, che sono quelli più vicini al pensionamento. Quindi è chiaro che queste persone nel giro di quattro anni potrebbero anche scegliere di uscire dall'amministrazione". Una scelta simile è stata operata del Quirinale. In ogni caso tra il 2015 e il 2018 i risparmi saranno per Camera e Senato, rispettivamente di 60milioni e 155mila euro e di 36milioni e 767mila euro.

Contrario alla riforma delle retribuzioni il questore della Camera Stefano Dambruoso, che in Ufficio di presidenza ha infatti votato no. La decisione assunta dall'Ufficio di presidenza, ha dichiarato il deputato di Scelta civica, "non soddisfa quella richiesta forte proveniente dagli elettori che vogliono l'eliminazione degli sperperi economici consumatisi nei palazzi del potere romano in questi anni. Inoltre quella di oggi è una decisione che non aggancia il riconoscimento dell'elevata progressione economica di stipendi, già smisuratamente alti in partenza, al merito e alla produttività". (Public Policy) NAF

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