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PD, DALLA FUSIONE FREDDA ALLA ROTTAMAZIONE RENZIANA /FOCUS

22 aprile 2013

(Public Policy) - Roma, 22 apr - (di Gaetano Veninata) I
flop Franco Marini e Romano Prodi (quest'ultimo "silurato -
giura Matteo Renzi a Repubblica - da ex Ds ed ex popolari),
la base (o meglio i giovani democratici) che occupa le
sezioni in molte città d'Italia, l'addio alla leadership di
Pier Luigi Bersani seguito a ruota da tutta la segreteria,
il malumore tra i giovani turchi (Matteo Orfini e Stefano
Fassina in primis) sulle ipotesi governissimo, i post sul
blog del pontiere con i 5 stelle Pippo Civati ("I traditori?
Faranno i ministri, vedrete").

Questa l'aria che tira in casa democratica, un'aria che
molti pensano sia diretta conseguenza del 'difetto
originario' della macchina Pd: la fusione fredda tra ex
democristiani ed ex comunisti, tra ex Margherita ed ex
Democratici di sinistra. Altri vedono la crisi di questi
giorni come una sorta di ammutinamento delle varie correnti,
intenzionate a riprendersi un partito che Bersani aveva
provato a impostare in maniera diversa dal passato.

"Il vero problema - ha detto a Public Policy, durante il
voto di sabato, Corradino Mineo, unico deputato Pd a votare
contro la decisione di ricandidare Giorgio Napolitano - è
che nel partito non c'è dialogo. C'è da una parte
un'innovazione disordinata e dall'altro un patto di
sindacato tra correnti che si sono volute ribellare contro
un segretario che le aveva messe in soffitta e che vogliono
riprendersi il partito urlando 'adesso basta'".

Tra le parole chiave da cui iniziare per interpretare la
crisi c'è dunque, sicuramente, la parola "ex". Ex Ds ed ex
Margherita, innanzitutto. Il Pd è infatti nato il 14 ottobre
2007 proprio dalla fusione ("fredda e sbagliata", secondo
molti: soprattutto ex Ds che scelsero di confluire in
Sinistra democratica prima e in Sel poi) dei due principali
partiti di centrosinistra di allora: gli eredi del Pds-Pci e
una parte consistente degli ex Dc e dei cristiano-sociali.

Entrambi figli (o meglio nipoti) dell'esperienza prodiana
dell'Ulivo, la coalizione di centrosinistra fondata nel 1995.
Una diversità di vedute che è stata vissuta anche a livello
di segreteria: da Walter Veltroni (ex Pci ma portatore di
una visione di un Pd all'americana, autosufficiente) a Dario
Franceschini (ex popolare, veltroniano e poi bersaniano) a
Pier Luigi Bersani (ex comunista, considerato inizialmente
dalemiano, convinto sostenitore di una coalizione che
includesse un'ala sinistra come quella vendoliana).

Poi è arrivato il fenomeno Matteo Renzi, il 'rottamatore',
il sindaco di Firenze cresciuto politicamente nei Comitati
Prodi del Partito popolare italiano (in appoggio alla
candidatura del Professore nel 1996), poi segretario
provinciale del Ppi e successivamente della Margherita. Che
oggi è il candidato principale alla segreteria del Partito
democratico (il congresso si dovrebbe tenere a maggio,
comunque "al più presto", ha garantito il segretario ad
interim Enrico Letta) e che ha idee, per quanto riguarda il
lavoro, ad esempio, non proprio affini a quelle dei giovani
turchi ex Ds e a quella parte di Cgil (la maggioranza) che
guarda al Pd.

Come il responsabile economico Stefano Fassina, che oggi
all'Unità lo ha apostrofato così: "Ha ambizioni personali
sfrenate, la sua posizione su Franco Marini (Renzi era
contrario alla sua elezione al Colle; Ndr) non aveva
spiegazioni politiche, ma rispondeva solo a un disegno
personale, che ha aggravato la situazione del partito e del
Paese".

Renzi è stato il grande
sfidante, alle primarie per chi dovesse essere il candidato
premier del centrosinistra, proprio di Bersani. Una sfida
che lo ha visto crescere e come popolarità e come consensi
trasversali attraverso una competizione dura che lo ha visto
più volte criticare la gestione del partito e
l'organizzazione delle elezioni interne. Renzi è stato poi
leale nel sostenere il vincitore (alcuni si aspettavano
addirittura uscisse dal partito il giorno dopo), anche se i
due si sono incontrati pubblicamente solo un paio di volte.

Un appoggio che lo vedeva comunque critico e che non
nascondeva corpose divergenze su come e dove portare il
partito: il fatto che il sindaco sia stato escluso dai
delegati regionali che avrebbero dovuto votare il presidente
della Repubblica ha rappresentato solo l'ultimo atto di una
lotta intestina tra i renziani (una cinquantina in tutto tra
deputati e senatori) e il resto del partito. Che nel
frattempo subiva le pressioni esterne del Movimento 5 stelle
e la rimonta di Silvio Berlusconi e del Pdl.

Dietro Renzi cresce la figura di Fabrizio Barca, ministro
uscente per la Coesione territoriale, figlio di Luciano
Barca, noto dirigente Pci morto nel 2012 (e che era
contrario alla svolta della Bolognina). Il 12 aprile ha
presentato un documento dal titolo "Un partito nuovo per un
buon governo". Sabato ha invece criticato con un tweet
(secondo molti fuori tempo massimo) la scelta del Pd di non
appoggiare Stefano Rodotà o in alternativa la leader
radicale Emma Bonino.

Barca nei giorni scorsi, prima durante e dopo la
presentazione del suo documento programmatico, aveva
confermato la sua volontà di "entrare a far parte del gruppo
dirigente del Partito democratico" (per ora si è iscritto
nella sezione di via dei Giubbonari a Roma, dove parlerà
stasera). Sarà una casualità, ma è stato invitato insieme a
Rodotà a un convegno 'programmatico' della Fiom di Maurizio
Landini il 30 aprile.

Infine c'è Nichi Vendola, il leader di Sinistra ecologia e
libertà. Che durante le votazioni sabato ha espresso
chiaramente il suo concetto: "Noi da ora siamo impegnati nel
ricostruire, ricostruire, ricostruire dalle fondamenta una
nuova sinistra di governo. Se c'é chi pensa che la reazione
al governissimo ci faccia scivolare nel passato si
sta sbagliando. Non risponderemo resuscitando la sinistra
arcobaleno. Più che mai ci sentiamo impegnati a ricostruire
una nuova sinistra di governo". Qualcuno potrebbe vederla
come un'opa lanciata verso il Pd e quei settori che dopo la
scelta di optare per un Napolitano bis guardano con ostilità
a un governo di larghe intese.

Ma il presidente della Regione Puglia, a parole, ha
smentito: "Ho detto ai gruppi di Pd e Sel che non lavoro per
la scissione del Pd, a quello lavorano altri che l'hanno
fatto esplodere. Quello che è accaduto vede una reazione
nostra nel metterci a disposizione per tutti e tutte quello
che vogliono ricostruire la tela della sinistra. Questa
scelta ci spinge a stringere i tempi per l'adesione al
Partito socialista europeo". (Public Policy)

GAV

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