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PD DALLE CENTO VOCI. SI PROFILA DIREZIONE INFUOCATA /FOCUS

PD DALLE CENTO VOCI. SI PROFILA DIREZIONE INFUOCATA /FOCUS 01 marzo 2013

PD DALLE CENTO VOCI. SI PROFILA DIREZIONE INFUOCATA /FOCUS

(Public Policy) - Roma, 1 mar - (di Viola Contursi) Doveva
"smacchiare il giaguaro" con una sola voce unita, ma il Pd
"che non ha vinto" si è trasformato in un partito dalle
cento voci. In cui le divisioni interne si stanno
trasformando in fratture sempre più profonde e ognuno, come
in una sorta di "liberi tutti", dice la sua. Parlando con
chi sta dentro il partito si capisce che in diversi guardano
già al dopo Bersani.

Il nome più accreditato è quello di Renzi, che per il
momento rimane cauto e dice di voler fare il sindaco. E c'è
qualcuno che addirittura pronostica che al momento della
scelta, il momento della vera resa dei conti, qualunque
decisione si prenderà porterà a una frattura insanabile.
Insomma a una possibile nuova scissione. Un "Big bang".

La dice lunga il fatto che anche la portavoce di Bersani
Alessandra Moretti non escluda l'ipotesi di un passo
indietro del segretario. Anche se nessuno al momento sembra
puntare "a fare i guelfi e ghibellini". In questo senso gli
occhi sono tutti puntati sul primo appuntamento utile, la
direzione di mercoledì sera. Anche su questo punto però la
situazione è confusa. Alessia Mosca, rieletta alla Camera,
sostiene: "Non si sa che cosa farà Bersani, le cose stanno
cambiando ogni giorno così velocemente e da qui a mercoledì
passa un'era geologica".

L'aria che tira comunque è chiara. È iniziato quello che
Sandro Gozi, deputato rieletto in Lombardia, definisce "il
consueto processo ex post al segretario". A fronte di un
Bersani pronto con i suoi otto punti ad andare a cercare il
consenso in Parlamento, nel Pd è partita la corsa a chi dice
la sua: dall'ipotesi velata di un'alleanza con Pdl e Grillo,
lanciata da Massimo D'Alema (e bocciata quasi da tutti) a
quella di dare un appoggio esterno a un governo Grillo
(proposta dai consensi più vari, da Michele Emiliano a parte
dei renziani). E chi invece punta ad andare al voto subito.

La voce che sembra più "maggioritaria" è proprio quella che
guarda al futuro e chiede le dimissioni di Bersani. In una
parte sempre più consistente del Pd, racconta un esponente
di area renziana, "c'è tanta rabbia, perché quando
sostenevamo Renzi ci hanno attaccato ma con lui avremmo
vinto, non ci ritroveremmo come stiamo messi ora".

Un ragionamento, questo, che nel partito starebbe prendendo sempre più piede, anche tra
chi finora ha supportato Bersani. "Non sono solo i renziani
- continua la fonte - ad esempio anche parte dei veltroniani
la pensano allo stesso modo. Puntiamo ad andare al più
presto al voto, ma senza Bersani, con qualcuno di nuovo".
Proprio questo cambiamento al vertice viene richiesto da
più parti. In questo senso le parole di Renzi di oggi
sembrano quasi un sondare il terreno per il futuro.

"Vedo - dice il deputato Sandro Gozi - che ora si passa dal
'tutti per Bersani' al 'tutti per Renzi'. Fanno male
entrambe le cose. Elezioni senza legge elettorale nuova
significherebbe un salto nel vuoto, ma buttare nella mischia
Renzi ora gli farebbe solo male, lo brucerebbe. Quindi serve
fare un Governo ora e poi nel prossimo anno ci si
ripresenta, con un rinnovamento, con un vero ricambio della
classe dirigente".

In area renziana qualcuno sostiene che, anche se mercoledì
Bersani dovesse passare "indenne" la prova della direzione,
la frattura sarebbe solo rimandata e del tutto
"inevitabile". Il ragionamento è questo. Se pure Bersani
dovesse riuscire a fare un governo "di emergenza", in cui
fare magari una nuova legge elettorale, poi si dovrà
decidere chi sarà il prossimo leader e candidato premier, e
a quel punto, al congresso, due saranno le strade possibili:
la prima, quella della continuità, che porterebbe a
scegliere qualcuno tra Letta, Franceschini, Finocchiaro. E a
quel punto un pezzo di partito, se ci sono i tempi, si
potrebbe scindere. L'altra strada, quella del rinnovamento -
continua la fonte - sceglierebbe qualcuno di nuovo, magari
proprio Renzi. A quel punto parte del Pd, che ora fa parte
dell'establishment, si potrebbe chiamare fuori.

Non tutti però nel partito la pensano così. C'è chi ritiene
che lo scontro ci sarà, sarà "durissimo", ma che non porterà
per forza a una frattura. Più che altro per una questione di
convenienza. "Se l'ala di sinistra non fosse soddisfatta
della scelta del nuovo leader - sostiene un'altra fonte -
non avrebbe convenienza a uscire perché non ha più
un'alternativa, un bacino di voti da poter andare a prendere
al di fuori del Pd".

Ma intorno a Bersani fanno cerchio i suoi, e tentano di
riportare al centro del discorso l'interesse del Paese più
che i discorsi interni al partito. La vice presidente del Pd
Marina Sereni scrive sul suo blog: "Dobbiamo riflettere sui
perché del nostro risultato insoddisfacente. Ma sarebbe un
errore gravissimo usare l'analisi di questa mancata vittoria
per una resa dei conti interna". (Public Policy)

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