Public Policy
Facebook Twitter Feed RSS

PRIMAVERA ARABA, MALANIMA (ISSM-CNR): È GIÀ COSTATA 75 MILIARDI DI DOLLARI

07 gennaio 2013

(Public Policy) - Roma, 7 gen - La crisi economica globale
avrebbe posto le premesse alle rivolte del 2011 nel
Mediterraneo. In breve: la crisi, che penalizza l'economia
dal 2008, e le rivolte, che hanno coinvolto Paesi arabi nel
Nord Africa e Vicino Oriente, hanno indotto alcuni
osservatori a considerare i due fenomeni come strettamente
collegati.

Il direttore dell'Istituto di studi sulle società del
Mediterraneo al Consiglio nazionale delle ricerche Paolo
Malanima premette alll'ottava edizione del "Rapporto sulle
economie del Mediterraneo" che "non vi è coincidenza fra le
aree in cui le rivolte si sono verificate - Tunisia, Egitto,
Libia, Siria, ma anche altri Paesi, sia pur in misura minore
- e gli effetti negativi della crisi economica globale".

E spiega: "Nei Paesi dell'Africa settentrionale e del Vicino
Oriente, i tassi di crescita, pur ridottisi rispetto agli
anni immediatamente precedenti il 2008, sono tuttavia
rimasti positivi e superiori al 2% nel 2009 e addirittura al
4 nel 2010. Questi Paesi hanno migliorato anche negli
indicatori del benessere della popolazione, sintetizzati
negli indici di sviluppo umano".

Nei primi anni '80 Tunisia, Egitto e Algeria, ha ricordato
Malanima, avevano attraversato un periodo di grave crisi
economica ed erano stati costretti a richiedere il sostegno
della Banca mondiale e del Fondo monetario
internazionale. Dalla fine degli anni '90, erano riusciti a
ridurre l'intervento dello Stato nell'economia e a
realizzare riforme che avevano consentito l'avvio della
crescita e l'integrazione nei mercati internazionali.

Si è trattato, tuttavia, di una crescita basata su turismo,
sulle rimesse degli emigrati, sull'esportazione di risorse
energetiche e di materie prime, piuttosto che sul decollo di
settori produttivi nuovi.

Essendo il debito pubblico elevato in alcuni Paesi del
Mediterraneo, si prevede una nuova crisi finanziaria, dopo
quella del 2008. Ma le maggiori difficoltà riguardano
Portogallo, Spagna, Italia, Grecia.

Che l'ineguaglianza provochi tensioni, rivolte e
rivoluzioni viene spesso sostenuto. Alla base della
"primavera araba" - si potrebbe dire (e si è effettivamente
scritto) - vi sono sistemi politici che hanno favorito o
mantenuto forti discriminazioni fra i cittadini.

"Dal progresso realizzato
nell'ultimo decennio da queste economie mediterranee, e in
particolare da quelle dell'Africa settentrionale - rimarca
il direttore dell'Issm-Cnr - hanno tratto beneficio esigue
minoranze. Nei Paesi del Mediterraneo meridionale,
allontanandosi dalle fasce costiere aumenta il livello di
povertà. Se guardiamo, al grado d'ineguaglianza nella
distribuzione personale del reddito, questo non risulta
molto maggiore rispetto a quello dei Paesi del Mediterraneo
settentrionale".

Gli indici della distribuzione del reddito, tuttavia,
possono non rappresentare fedelmente il grado reale delle
discriminazioni economiche. L'incidenza della povertà e
della disoccupazione possono fornire un'immagine più
attendibile della realtà del disagio sociale.

La povertà relativa (intesa, spiega Malanima, come
percentuale della popolazione il cui reddito pro capite è
inferiore al 60% del reddito medio) è elevata e interessa
più del 10% della popolazione sia in Libia, che in Egitto e
Siria, ma è relativamente bassa in Tunisia.

La disoccupazione si colloca a un livello di circa il 10%
nei Paesi della "primavera araba", e, quindi, non così
superiore, e, in qualche caso, inferiore a quello dei Paesi
avanzati del Mediterraneo settentrionale. È diminuita,
inoltre, nell'ultimo decennio.

"Si può replicare - scrive Malanima - che, nei Paesi della
'primavera araba', la disoccupazione giovanile è
particolarmente elevata. Lo è, tuttavia, anche nelle
economie mediterranee più avanzate ed è in aumento. La
disoccupazione elevata dei giovani laureati, inoltre, non
interessa solo i Paesi del Maghreb. Il nostro Mezzogiorno ne
è un esempio".

Anche l'inflazione, specialmente elevata nel caso di
prodotti alimentari, è stata indicata come causa delle
rivolte recenti. In proposito si è parlato di "rivolte del
pane" e si è scritto che la responsabilità ultima dei
rincari deriva dalle otto multinazionali che controllano
il Commodity mercantile exchange di Chicago, la borsa dove
si svolgono le contrattazioni dei cereali.

Sugli effetti economici negativi di breve periodo,
derivanti dalle rivolte del 2011, ci sono pochi dubbi.
Secondo un alto rappresentante della Lega Araba, alle
economie coinvolte le rivolte sarebbero costate 75 miliardi
di dollari, che corrispondono a poco meno del 5% del
prodotto del Mediterraneo, con l'esclusione dei Paesi del
Nord (Portogallo, Spagna, Francia, Italia), o al 15-20% del
Pil dei quattro Paesi maggiormente coinvolti nelle rivolte.
Per il 2012-13 si prevede un arresto della crescita in
Tunisia, un modesto progresso in Egitto e una caduta sia in
Siria che in Libia.

Le spinte verso il cambiamento politico possono essere
innescate da tanti fattori casuali imponderabili. Esse
possono, tuttavia, essere l'occasione per una
modernizzazione delle istituzioni economiche e quindi
favorire trasformazioni volte ad accrescere competitività e
dinamismo. (Public Policy)

SPE

© Riproduzione riservata