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La proposta (ferma) su una cosa di cui tutti parlano: gli orari dei negozi

negozio chiuso 24 aprile 2017

di Luca Iacovacci

ROMA (Public Policy) - Non entra nel calendario della commissione Industria al Senato perchè si aspetta il parere obbligatorio della Bilancio. Che, però, dopo le rassicurazioni della sottosegretaria al Mef Paola De Micheli, da settembre 2015 non è ancora arrivato. Si parla del disegno di legge sugli orari dei negozi.

La proposta era stata approvata in un testo unificato dalla Camera addirittura a settembre 2014 ma, da quel momento, l'iter si è bloccato a Palazzo Madama. Dalla richiesta di relazione tecnica integrativa richiesta al Governo nel settembre 2015, in V a Palazzo Madama, nulla s'è più mosso.

Il tema della liberalizzazione degli orari dei negozi è tornato recentemente alla ribalta, con le dichiarazioni del vicepresidente della Camera Luigi di Maio (M5s), che ha polemizzato contro l'eliminazione degli orari di chiusura degli esercizi commerciali voluto dal Governo Monti che, come successo anche in occasione delle ultime feste pasquali, secondo i 5 stelle "sfalda le famiglie".

Qualche (timido) passo in avanti l'ha fatto (nel frattempo, ovvero da fine 2015-inizio 2016) la commissione Industria di Palazzo Madama, che ha la proposta in sede referente, ma che resta in attesa (almeno formalmente) dei pareri della Bilancio, come emerso anche a seguito dell'ultima sollecitazione in commissione di Gianni Pietro Girotto (M5s), lo scorso gennaio, che ha chiesto di riprendere l'esame.

A settembre 2015, anche con l'ok di Pd e Forza Italia, si era proceduto alla costituzione di un comitato ristretto in commissione (il relatore è Bruno Astorre, Pd), per l'esame degli emendamenti presentati al disegno di legge (circa 80). Da quel momento, però, lo stop 'forzato' in commissione Industria, perchè senza il parere della V (che attende informazioni dall'esecutivo) non si va avanti.

Chissà se qualcosa (a breve) cambierà, dopo le ultime polemiche sulle aperture durante Pasqua: fatto sta che l'esame della proposta non è all'esame della Bilancio neanche per le sedute previste nel calendario della prossima settimana.

COSA PREVEDE LA PDL

Nel testo sottoposto all'esame di Palazzo Madama, si propone, in sintesi, l'obbligo di chiusura dei negozi per almeno sei giorni fissi l'anno (12, derogabili di sei, in cui sono compresi sia la domenica di Pasqua che il lunedì di Pasquetta) e multe piuttosto onerose, che vanno da 2 a 12 mila euro, per chi non rispetta l'obbligo.

Se si è recidivi, poi, sanzione accessoria della chiusura del negozio che va da 1 a 10 giorni. C'è anche la possibilità, per i sindaci, di limitare l'apertura dei locali nei luoghi della movida, con ordinanze che valgono tre mesi, anche per "esigenze di sostenibilità ambientale o sociale, di tutela dei beni culturali, di viabilità o di tutela del diritto dei residenti alla sicurezza o al riposo".

Il ddl prevede, ancora, la possibilità per le Regioni di istituire un Osservatorio sull'orario dei negozi, a cui partecipano rappresentanti delle amministrazioni pubbliche regionali e locali, delle organizzazioni di rappresentanza delle imprese e dei lavoratori dei settori interessati e dei consumatori, e l'istituzione di un fondo ad hoc al Mise, con 18 milioni di euro all'anno fino al 2020 e 3 dal 2021, che aiuti le microimprese attive nel settore del commercio al dettaglio per le spese sostenute per l’ampliamento dell’attività, per la dotazione di strumentazioni nuove, comprese quelle necessarie per i pagamenti tramite moneta elettronica, e di sistemi di sicurezza innovativi e per l’accrescimento dell’efficienza energetica.

Aiuto possibile (con contributi integrativi) anche per il pagamento dei canoni di locazione dovuti ai proprietari degli immobili, di proprietà sia pubblica sia privata, e di contributi per l’acquisizione di servizi. Previsto, ancora, un decreto del Mise per stabilire i requisiti per beneficiare di tali contributi e i criteri per la determinazione dell’entità: le risorse, comunque, sono ripartite annualmente tra le Regioni e le Province autonome di Trento e di Bolzano. (Public Policy)

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