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Public Policy Scenario - I movimenti antisistema in Europa

afd 10 maggio 2017

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di Massimo Pittarello

ROMA (Public Policy) - Dopo Brexit e la vittoria di Trump era scattato l’allarme, ma le (due) elezioni in Austria, in Olanda, ora in Francia e prossimamente in Germania sembrano allontanare l’ipotesi di una conquista del governo da parte dei partiti antieuropei.

Ma, a ben vedere, la rappresentanza delle forze “antisistema” nelle rispettive assemblee è cresciuta o è destinata a crescere. Sia in Francia sia, soprattutto ai fini delle public policies europee, in Germania. Con il conseguente aumento della legittimazione, maggior peso politico, più poteri istituzionali. E con la possibilità di influenzare i processi decisionali tanto da condizionare l’intero Continente.

Per esempio, nonostante la sconfitta, Marine Le Pen al ballottaggio contro Macron ha preso 11 milioni di voti, il doppio di quelli conquistati dal padre nel 2002 contro Chirac (5,5 milioni). E ora in Francia si vota per l’Assemblea Nazionale, con la rappresentanza del Front National che, inevitabilmente, crescerà rispetto ai soli due seggi conquistati nel 2012. Poi, anche se quantitativamente assai inferiore, è molto più pericoloso il probabile ingresso di AFD – Alternative für Deutschland – nel Bundestag di Berlino.

Se il voto per l’Assemblea francese è tra un mese (11 e 18 giugno) e quello tedesco il 24 settembre, quest’ultimo è assai più determinante.

In Germania: quel 5% di voti che può paralizzare il governo (e l’Europa)

La Germania viene spesso descritta come impermeabile all’ascesa dei “sovranisti antisistema”. Se anche fosse vero, però, il sistema istituzionale è più inclusivo (parlamentare, federale, con legge elettorale proporzionale) e assegna a chiunque entra in Parlamento consistenti poteri di influenzare il processo legislativo. Non c’è quindi, solo la battaglia tra la Spd di Schulz e la Cdu di Merkel per la guida del governo.

Con la prevedibile crescita dell’Afd dal 4,7% ottenuto nella tornata elettorale del 2013 a qualunque risultato superiore al 5%, infatti, gli effetti per la Germania e tutta l’Unione potrebbero essere tra i più rivoluzionari degli ultimi 80 anni. Questo perché la Costituzione tedesca (Legge Fondamentale o Grundgesetz), insieme a diverse sentenze della Corte Federale, assegna influenti poteri ai membri del Bundestag, sia come singoli sia come gruppi parlamentari, tra cui quello determinate di presentare ricorso di costituzionalità al Tribunale Federale di Karlsruhe su leggi federali e iniziative dell’esecutivo che influiscono sul Bundestag.

E poiché le leggi europee entrano a far parte dell’ordinamento nazionale, allora, una volta in parlamento l’Afd potrebbe attivare questa prerogativa istituzionale per paralizzare ogni attività, ogni procedura legislativa. Certo, i ricorsi potrebbero anche essere tutti persi, ma questo richiederebbe comunque diversi mesi di stallo e di attesa.

Ogni decisione assunta da Schulz o da Merkel a Bruxelles, infatti, deve essere comunicata alle competenti commissioni parlamentari. A quel punto, però, se AFD dovesse superare la soglia del 5%, sarebbe facile per gli antieuro tedeschi sollevare questioni di costituzionalità da insider parlamentari. Ne nascerebbe un conflitto istituzionale tra l’Europa, la Corte Costituzionale tedesca e un partito del parlamento del più importante Paese dell’Unione. Con il rischio di una costante tensione – democratica, certo, ma pur sempre pericolosa – su ogni singolo provvedimento, tedesco ed europeo.

Dall’entrata in vigore del Quantitative Easing agli accordi sui migranti, dai finanziamenti della Bce alle banche nazionali (TLRO e T-LRO) al salvataggio della Grecia fino al Fiscal Compact. Su ogni decisione europea, che già oggi richiede mesi di negoziati e il raggiungimento di delicati e precari equilibri, l’Afd potrebbe calare come una mannaia il veto, ancorché solo sospensivo, della questione di costituzionalità.

E allungare i tempi, similmente a quanto accaduto per altre vie per l’approvazione del fondo Salva-stati Esm nel 2012 e, dopo altri due lunghi anni, nel 2014. Inoltre, secondo la Costituzione tedesca, ogni partito in Parlamento viene investito di molti altri poteri, quali la nomina di un vicepresidente del Bundestag, la richiesta di verifica del numero legale, la possibilità di anche un solo deputato del Consiglio degli Anziani di contestare l’ordine del giorno dei lavori e costringere il Bundestag ad esprimersi a maggioranza semplice.

Poi, la possibilità di presentare proposte di legge, la convocazione della Commissione paritetica mista in caso di disaccordo col Bundesrat e, ovviamente, la presentazione di emendamenti alle proposte di legge in terza lettura, mozioni, interrogazioni e interpellanze.

Francia: la primavera di Macron aspettando le legislative

Insomma, sarà un autunno difficile a Berlino. A Parigi, invece, sembra essere arrivata la primavera. Il successo di Macron di Francia è stato salutato come “il cambio di passo dell’Europa”. Difficile prevedere se sia davvero così. Anche perché molti elettori hanno scelto il candidato di En Marche pur di fermare l’avanzata di Le Pen. Ma ora ci sono le legislative. Fondamentale banco di prova, perché nella Quinta Repubblica semi-presidenziale il primo ministro, ancorché nominato dall’inquilino dell’Eliseo, deve poi avere una maggioranza nell’Assemblea Nazionale, i cui membri sono eletti con un sistema elettorale di collegi uninominali a doppio turno. Se nessun candidato ottiene contemporaneamente sia la maggioranza assoluta dei voti espressi che un numero di voti pari ad un quarto del numero degli elettori iscritti, accedono al secondo turno tutti coloro che superano la soglia del 12,5% degli iscritti (non dei votanti).

A favore di Le Pen potrebbe influire il forte radicamento territoriale del Front National: Grau-du- Roi, i quartieri popolari di Marsiglia, la socialista Nord-Pas- de-Calais- Picardie e quasi tutta la parte orientale della Francia al primo turno delle presidenziali ha visto la prevalenza di un candidato della destra nazionalista. A sfavore di Macron, invece, l’assenza di un partito ‘tradizionale alle spalle’. Anche se questo potrebbe essere, di fronte al crollo del Partito Socialista, essere tutt’altro che uno svantaggio.

D’altra parte, i candidati di En Marche potranno giovarsi della cosiddetta dynamique presidentielle – effetto propulsivo dell’elezione presidenziale sulle legislative – e della “luna di miele” della nomina del nuovo presidente che l’ex primo ministro Manuel Valls abbia già chiesto di candidarsi sotto la sigla di En Marche e non del Ps, come anche il repubblicano moderato Le Mair.

Macron è una figura nuova che ha costruito le liste di En Marche con un mix di 50% di società civile e 50% di classe politica di ex socialisti, ex Républicains ed ex centristi di Bayrou. E collegio dopo collegio ci sarà un negoziato con Hamon e Mélenchon per identificare parlamentari uscenti, sperimentati e validi rappresentanti di quello specifico territorio. E poi, per fermare i candidati del Front National, al secondo turno, si potranno stringere accordi ‘di non belligeranza’ per scegliere il meglio piazzato o il più potenzialmente vittorioso.

Quindi, non è impossibile che Macron non riesca ad avere una maggioranza parlamentare a sostegno e ad evitare la cohabitation o anche governi di coalizione (289 seggi su 577). E se anche non dovesse avere la maggioranza assoluta, potrà decidere se appoggiarsi al socialisti (295 seggi nel 2012), ai repubblicani (225 sempre nel 2012) o al “forno” che riterrà di volta in volta opportuno.

Quanto a Le Pen, è probabile che molti dei suoi candidati passino al secondo turno, ma ne vinceranno pochi e solo con l’aiuto di qualche elettore repubblicano e quale sostenitore di Melenchòn. Così, difficile riesca a superare la soglia dei 50 deputati. Che resterebbe comunque una quota sufficiente solo al cosiddetto “diritto di tribuna”. Solo che poi, a settembre, si vota in Germania. Ma quella è un’altra storia. (Public Policy)

@GingerRosh

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