Public Policy
Facebook Twitter Feed RSS

Quanti rischi nei cantieri sempre aperti della finanza locale

QUANTI RISCHI NEI CANTIERI SEMPRE APERTI DELLA FINANZA PUBBLICA /COMMENTO 31 gennaio 2014

ROMA (Public Policy) - di Luigi Marattin* - Il cantiere della finanza pubblica locale sembra destinato a rimanere aperto, non adeguatamente segnalato e, soprattutto, a ostacolare la corretta e ordinata circolazione dei veicoli. Col serio, serissimo rischio di incidenti. Fuor di metafora, il livello di approssimazione e incertezza dell'assetto dei rapporti finanziari tra Comuni e Stato centrale ha raggiunto livelli difficilmente superabili.

Le immagini di Comuni - anche molto importanti - ridotti ad approvare il bilancio preventivo 2013 a pochi giorni dalla fine dell'anno, delle 39 modifiche in 24 mesi alla disciplina Imu, dell'incredibile balletto nominalistico sugli acronimi o di normative ancora incerte a poche ore dalla scadenza fiscale segnano un punto di degrado dei rapporti tra i livelli di governo della Repubblica che è davvero impegnativo immaginare di superare.

L'intricato groviglio (che non comincia certo con la querelle-Imu, ma affonda le radici nell'inizio del consolidamento dei conti pubblici italiani, nel 2010) non si scioglie se si adotta una logica partisan-sindacalista, secondo cui la colpa sarebbe tutta dei Sindaci spreconi e assetati di tasse e spesa pubblica o, alternativamente, fuori dal Raccordo Anulare si anniderebbero poveri e indifesi angioletti, virtuosi di bilanci e di purezza immacolata.

Esistono invece, ahimè, ottime ragioni per dubitare di un approccio "manicheo" alla questione, in cui tutta la virtù (e di conseguenza la ragione) sia concentrata da una sola parte di uno degli innumerevoli tavoli convocati di continuo tra enti locali e governo. Risulta francamente difficile comprendere come lo Stato possa trascurare un dato evidente e incontrovertibile, e cioè che l'aggiustamento fiscale dell'ultimo triennio è stato caricato in maniera assolutamente sproporzionata sugli enti locali (in particolare i Comuni) rispetto a quanto non sia stato fatto - sul lato della spesa pubblica - sul versante dell'amministrazione centrale.

È difficile perciò accettare non tanto (o non solo) ulteriori significativi tagli di risorse, ma soprattutto che essi avvengano in modo lineare e piuttosto scomposto, con risorse prima garantite e poi tolte un minuto prima che l'arbitro fischi la fine della partita. O addirittura dopo, come accadde nell'incredibile vicenda delle compensazioni IMU 2012, con un taglio che avvenne a bilanci consuntivi già chiusi da mesi. Risulta difficile accettare provvedimenti passati sotto traccia, ma incredibilmente esemplificativi del rapporto "malato" tra livelli di governo, quali quelli contenuti nel decreto del Fare. Uno secondo cui il 10% delle alienazioni patrimoniali dei Comuni deve essere destinato alla riduzione del debito pubblico statale, e l'altro che fissa unilateralmente uno sconto del 30% sulle multe se pagate entro cinque giorni dall'accertamento delle sanzioni.

Come dire, lo Stato che da un lato dispone a suo piacimento di soldi dei Comuni (quali sono le multe), e che dall'altro pretende una sorta di "commissione" sul ricavato di cessioni immobiliari che i Comuni riescono a fare tra mille fatiche. Allo stesso tempo, il dibattito beneficierebbe anche dell'abbandono di alcune posizioni parecchio rigide e oltranziste in seno alle associazioni che rappresentano in Comuni. A molti amministratori locali ad esempio (raccolti in un documento predisposto dal sindaco di Padova) non era perfettamente chiaro perché i rimborsi Imu 2013 avrebbero dovuto essere corrisposti - come chiedeva con forza l'Anci - a prescindere dall'aliquota effettiva deliberata dal Comune.

Se è vero che si faceva affidamento su una promessa (invero orale e informale) da parte di ambienti governativi, è altresì vero che questo avrebbe messo sullo stesso piano i Comuni che hanno sfruttato appieno la leva fiscale e quelli che invece, al prezzo di sacrifici economici e politici, avevano privilegiato l'aggiustamento sul lato della spesa pubblica locale. Risulta complicato, se si abbandonano i panni del sindacalismo militante e si vestono quelli di cui vuole radicalmente riformare il sistema secondo equità ed efficienza, comprendere le continue richieste di esenzione dal Patto di stabilità interno (una volta sulle spese per la manutenzione scolastica, poi sul dissesto idrogeologico, poi sull'ambiente,ecc) senza comprendere che il peccato originario del Patto non sta certo nella "penalizzazione degli investimenti", ma nel fatto che è uno strumento di governo della finanza pubblica non coerente - perché non replica a livello locale l'aggregato fiscale su cui l'Italia è giudicata in sede Ue - iniquo - perché ripartisce il saldo in maniera sproporzionata tra comparto comunale e altri comparti della Pa - e inefficiente (per la somma dei due motivi precedenti).

Risulta difficile, infine, negare che sia ora che il riconoscimento che i Comuni italiani non sono tutti uguali nel livello di virtuosità debba trovare un esplicito riflesso in proposte politiche che siano finalmente in grado di premiare alcuni, e penalizzare altri. I decreti "salva-X" (laddove la X assume diversi nomi, piccoli e grandi) e le sanatorie ex-post di chi ha violato il Patto di Stabilità non vanno certamente in questa direzione. Solo quando (o solo se) riusciremo a pulire il tavolo dai reciproci irrigidimenti di cui sopra, potremo tutti dedicarsi al disegno di un sistema di finanza pubblica coerente, equo, efficace e radicalmente diverso.

Un sistema in cui le centinaia di vincoli (inutili, ridondanti ed inefficaci) oggi presenti vengano sostituiti da un vincolo a due gambe: quella dello stock (obiettivi triennali di riduzione dello stock di debito dei Comuni in rapporto alla popolazione) e quella del flusso (obiettivi su un aggregato identico all'indebitamento netto della Pa e determinati dal peso relativo della misura locale su quella nazionale), lasciando totale libertà ai Comuni delle modalità attraverso cui soddisfare questi vincoli. Che sono gli stessi che la Repubblica deve rispettare dinnanzi al Consiglio europeo. Un sistema con meno salvataggi generalizzati ex-post, e con più regole fiscali ex-ante.

La cui durata è stabilità si misuri in anni, e non in giorni come adesso. Un sistema con meno controllo formale (a quando una revisione del sistema della Corte dei Conti?) e con più attenzione alla sostanza dei risultati economico-finanziari. Un sistema che semplifichi enormemente e radicalmente procedure e regole, fino a rivedere lo stesso impianto del diritto amministrativo. I cantieri rimangono perennemente aperti per vari motivi: perché sono finiti i soldi, perché si vuol continuare a dar lavoro all'indotto che di quel cantiere vive, o perché non si sa più in che direzione andare. Nel cantiere della finanza locale, che i soldi siano finiti lo sapevamo da tempo. Che l'incertezza normativa sostenga il reddito di consulenti e azzeccagarbugli, è altrettanto vero. Ma sarebbe bello se almeno stabilissimo che il cantiere non rimane aperto semplicemente perché non sappiamo come completarlo. (Public Policy)

*Luigi Marattin è docente di Economia politica all'università di Bologna e assessore al Bilancio del Comune di Ferrara

© Riproduzione riservata