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La 'navetta' costituzionale tra patti saltati e minoranze

camera 11 marzo 2015

ROMA (Public Policy) - di Sonia Ricci - Dopo l'approvazione - in prima lettura - l'8 agosto 2014, il ddl Riforme è stato adesso licenziato dall'aula di Montecitorio con 357  voti favorevoli. Non pochi sono stati coloro che hanno criticato la riforma (e non solo tra i banchi delle opposizioni): la minoranza Pd, anche durante le dichiarazioni di voto finali, ha criticato la riforma, soprattutto in vista del ritorno della legge elettorale alla Camera, dove probabilmente non subirà cambiamenti.

"Senza modifiche - ha detto in aula l'ex presidente del partito e sfidante di Matteo Renzi alle ultime primarie, Gianni Cuperlo - l'equilibrio delle due riforme non sarà condiviso". Dunque la cosiddetta 'navetta' costituzionale - iniziata dopo l'ok del Senato, dove ora il testo dovrà tornare - è stata segnata da forti divisioni all'interno della maggioranza e dalla rottura del Patto del Nazareno tra il premier Matteo Renzi e il leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi.

Sei mesi di richieste e di dibattiti: la minoranza Pd, ancora 'scontenta' del testo, ha infatti chiesto e ottenuto la modifica del quorum per l'elezione del capo dello Stato e il giudizio preventivo della Corte costituzionale sull'Italiacum (e le future leggi elettorali). Tra le richieste respinte della minoranza c'erano l'eliminazione dei 5 senatori di nomina del capo dello Stato, la cancellazione dei ddl del governo a voto bloccato e l'elezione diretta del futuro Senato.

Anche l'ex alleato di maggioranza, Forza Italia, durante l'esame a Montecitorio non è rimasto compatto: alcuni tra i dissidenti (tra cui Maurizio Bianconi, Daniele Capezzone e Cosimo Latronico) hanno votato in dissenso rispetto al gruppo. FI, prima della rottura del 'patto', ha votato in aula insieme al Pd e al resto della maggioranza, tranne sugli emendamenti che introducevano il presidenzialismo.

ITER ALLA CAMERA E ROTTURA DEL PATTO
Tra l'arrivo alla Camera (a settembre 2014) e il via libera di oggi (il secondo) si sono svolte 26 sedute della commissione Affari costituzionali (a cui si devono aggiungere 9 comitati dei nove); 17 dell'aula suddivise in circa 120 ore di interventi (contingentati); la deliberazione della seduta fiume, con diverse votazioni notturne e pause tecniche; e l'elezione del nuovo presidente della Repubblica.

Più della metà degli emendamenti al ddl costituzionale sono stati votati solamente dalla maggioranza: le opposizioni, infatti, hanno abbandonato i lavori dell'aula rientrando - eccetto i 5 stelle - solamente durante la votazione finale. Sempre nel passaggio alla Camera - con la pausa per l'elezione di Sergio Mattarella - si è rotto anche il patto del Nazareno 'in vita' dal 18 gennaio 2014. Il mancato accordo tra Pd e Forza Italia sul nome del futuro capo dello Stato - proposto da Renzi - ha portato il partito di Berlusconi all'opposizione anche sul tema delle riforme.

GOVERNO BATTUTO SUI SENATORI NOMINATI
Nel passaggio in commissione, il governo è stato battuto durante il voto di due emendamenti al ddl Riforme che cancellano dall'articolo 2 della riforma del bicameralismo i 5 senatori di nomina del presidente della Repubblica. I voti a favore sono stati 22 contro 20 contrari. A quanto si è appreso, hanno votato a favore anche Sel, M5s e Lega. Ma la modifica è passata grazie ai voti del 'dissidente' di Forza Italia, Maurizio Bianconi, e dei deputati Pd di minoranza.

Della minoranza dem dovrebbero aver votato a favore Enzo Lattuca, Giuseppe Lauricella, Rosy Bindi, Gianni Cuperlo, Roberta Agostini, Alfredo D'Attorre, Alessandro Naccarato, Marco Meloni e Marilena Fabbri. I 5 senatori nominati sono stati poi ripristinati durante il passaggio in aula.

LE RICHIESTE (RESPINTE) DEI 5 STELLE
Come detto, il Movimento 5 stelle - dopo un duro ostruzionismo in aula durato circa un mese - ha deciso di abbandonare i lavori non partecipando più alle votazioni. Prima della 'frattura' (sono uscite dall'aula anche Sel, Lega e Forza Italia), i 5 stelle hanno trattato con il Pd per ottenere alcune modifiche al testo.

Le proposte riguardavano, in particolare, l'esame obbligatorio, da parte del Parlamento, delle proposte di iniziativa popolare; referendum confermativo (senza quorum) e controllo di costituzionalità da parte della minoranza parlamentare; maggioranza dei due terzi per l'elezione dei membri di nomina parlamentare della Corte costituzionale; referendum obbligatorio per le modifiche parlamentari. Alla fine le trattative sono saltate: i 5 stelle hanno deciso di "non rinunciare" all'emendamento per i referendum a 'quorum zero' su cui il Pd era contrario.

I SETTE VOTI SEGRETI IN AULA
L'assemblea della Camera ha votato, a scrutinio segreto, 7 emendamenti tra quelli presentanti al ddl Riforme, in materia di diritti delle minoranza linguistiche e sulla par condicio. La richiesta era stata avanzata da M5s, Sel e Lega Nord. Gli emendamenti in materia elettorale, nonostante la richiesta delle opposizioni, sono stati votati a scrutinio palese. L'ex patto tra la maggioranza e Forza Italia ha retto su tutti i voti segreti, respingendo gli emendamenti.

I NUMERI
Stando ai numeri, il governo può far passare la riforma anche nel secondo passaggio al Senato. È la maggioranza che sostiene l'esecutivo: composta da Pd, Area popolare (Ncd più Udc), Scelta civica e Per le Autonomie. In tutto si tratta di 168 senatori mentre la maggioranza è formata da 161 senatori. A seconda del momento, ai 168 si aggiungono alcuni indipendenti, come i fuoriusciti dal Movimento 5 stelle. Quindi al momento il governo ha una decida di voti di scarto a disposizione.

In prima lettura, il ddl era stato approvato al Senato con l'appoggio di Forza Italia, che aveva garantito al governo un totale di 183 voti favorevoli. Il punto, ora, è se il governo riuscirà a tenere coesa la sua maggioranza (in particolare la 'minoranza' che minaccia di votare contro se alla Camera non sarà modificata la legge elettorale) anche senza l'appoggio azzurro.

LA 'NAVETTA' COSTITUZIONALE
Con l'approvazione ad agosto da parte del Senato del ddl Rifome si è avviata la 'navetta': così è chiamato il passaggio dei ddl tra Senato e Camera, nella sua versione 'costituzionale'. La Costituzione prevede (all'articolo 138) che per le modifiche costituzionali ci sia un procedimento rafforzato di modifica. Come detto, il ddl - dopo l'ok della Camera - tornerà a Palazzo Madama che però potrà proporre emendamenti e approvare modifiche solo agli articoli cambiati nel passaggio alla Camera.

A quel punto si procederebbe a tappe successive, da Senato alla Camera e indietro, fino all'approvazione dello stesso testo. Ma probabilmente la navetta - se la maggioranza regge - si fermerà al secondo passaggio al Senato o al massimo a un'ulteriore tappa a Montecitorio.

Quindi, tutto il testo rimarrà fermo per tre mesi, il tempo richiesto dalla Carta per i disegni di legge di modifica costituzionale. Poi la Camera e il Senato voteranno nuovamente sul ddl, ma sarà solo un voto sul complesso del provvedimento. Niente emendamenti, niente discussioni, solo un sì o un no alla legge così come è stata approvata tre mesi prima.

Se l'approvazione nelle seconde votazioni avverrà a maggioranza relativa, sarà possibile un referendum popolare sulla legge, se "entro tre mesi dalla pubblicazione ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali". Infine sempre l'articolo 138 stabilisce che non è possibile il referendum "se la legge è stata approvata nella seconda votazione da ciascuna delle Camere a maggioranza di due terzi dei suoi componenti". (Public Policy)

@ricci_sonia

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