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"SI USA IL CARCERE COME PANACEA DI UNA GIUSTIZIA CHE NON FUNZIONA" /INTERVISTA

Custodia cautelare, Rossomando (Pd): ddl non solo anti sovraffollamento 14 maggio 2013

CONDANNATI PREVENTIVI

PARLA ANNALISA CHIRICO, AUTRICE DI "CONDANNATI PREVENTIVI" (RUBBETTINO)

(Public Policy) - Roma, 13 mag - (di Gaetano Veninata) La
custodia cautelare (o meglio: la carcerazione preventiva) è
diventata "un antidoto alla lentezza dei processi e uno
strumento per estorcere di fatto delle confessioni". La
giustizia italiana è "un manicomio" e le riforme sono
impossibili perchè l'Anm (Associazione nazionale magistrati)
è "la corporazione più potente in Italia".

Questo il ritratto, sintetico e secco, che Annalisa Chirico
(classe 1986, radicale e giornalista) fa della giustizia
italiana in "Condannati preventivi - Le manette facili di
uno Stato fuorilegge" (edizioni Rubbettino). La incontriamo
alla Luiss durante un incontro sul libro, alla presenza, tra
gli altri, di Giuliano Amato e Paolo Mieli.

D. CARCERAZIONE PREVENTIVA, DI CHE NUMERI PARLIAMO?
R.
Al 30 aprile 2013, su una popolazione carceraria di
66mila detenuti, un 40% si trova in carcerazione preventiva.
Una percentuale abbastanza stabile, tra persone che
attendono il giudizio di primo grado e persone che attendono
il giudizio di secondo grado in Cassazione.

D. PERCHÈ SI È ARRIVATI A QUESTO PUNTO?
R.
C'è stata una deformazione, una metamorfosi di questo
istituto: da istituto di tutela delle indagini è diventato
uno strumento di anticipazione della pena a fronte della
lentezza dei processi. In qualche modo è diventato un
antidoto alla lentezza dei processi ed è diventato uno
strumento per estorcere di fatto delle confessioni.

D. ESISTE UNA DATA SIMBOLO DELL'INIZIO DI QUESTA
METAMORFOSI?
R.
Negli anni Settanta abbiamo avuto questo uso abnorme
della carcerazione preventiva legata agli anni del
terrorismo, il caso di Giuliano Naria è il più lungo della
storia repubblicana (attivista di Lotta continua, nel 1976
fu accusato di aver partecipato all'attentato compiuto dalle
Br al giudice Francesco Coco; rimase in prigione per 9 anni
e 16 giorni e fu rilasciato nel 1986. Fu assolto
definitivamente con formula piena solo all'inizio degli anni
novanta. Morì di tumore nel 1997; Ndr).

Poi negli anni di Tangentopoli è tornato questo uso
criminale della carcerazione preventiva, l'emergenza non era
più il terrorismo ma la corruzione politica. Anche in questi
giorni, dopo il caso Enzo Tortora, ci rendiamo conto che in
realtà, a distanza di 30 anni, davvero poco è cambiato.
Notizia di questi giorni, il caso di Danilo Coppola,
imprenditore accusato di bancarotta fraudolenta che si è
fatto 2 anni di carcere inclusi 100 giorni di isolamento ed
è stato poi assolto in appello perchè il fatto non sussiste.

Questo significa che la giustizia italiana è diventata un
manicomio dove è più facile entrare in carcere prima della
condanna e poi uscire magari una volta che la condanna viene
emanata.

D. CHE NE PENSI DI COME I MEDIA SI OCCUPANO DI GIUSTIZIA?
R.
I media hanno una grande responsabilità: la ricerca del
sensazionalismo, uno strisciante giustizialismo di cui Il
Fatto Quotidiano è l'esempio più emblematico. La stampa
sbatte in prima pagina le carte dell'inchiesta come fossero
una verità già stabilita mentre si tratta solo di una parte
del processo: l'accusa.

Il problema è che si fanno inchieste dove le persone
vengono lapidate e se poi vengono assolte c'è solo un
trafiletto che non serve a ripristinare un'immagine
irrimediabilmente lesa.

D. NEL LIBRO PARLI ANCHE DEL FALLIMENTO DEL BRACCIALETTO
ELETTRONICO, INTRODOTTO IN ITALIA SOLO IN FORMA SPERIMENTALE
MENTRE IN ALTRI PAESI FUNZIONA
R.
È una questione di non volontà, di attitudine culturale
dei magistrati. L'ho chiesto anche a ex ministri della
Giustizia e a magistrati, e nessuno riesce a dare una
spiegazione chiara. Perchè fondamentalmente la spiegazione
non c'è. Noi abbiamo dato un contratto multimilionario a
Telecom per realizzare dei braccialetti elettronici e alla
fine ne sono stati utilizzati 10 in fase sperimentale e
sulla base di qualche disfunzione che c'è stata si è deciso
di abbandonare questo strumento.

Non basta, è ovvio, come non bastano i domiciliari: è
l'idea che il carcere sia la panacea di una giustizia che
non funziona a dover cambiare. I processi durano a lungo e
molto spesso vanno in prescrizione, e di fronte a una
giustizia in bancarotta il rimedio è mettere la gente in
carcere e così dare l'idea che in qualche modo si stia
facendo giustizia.

D. PARTIAMO DALL'AMNISTIA. E POI?
R.
L'amnistia deve essere adottata per far entrare lo stato
italiano nella legalità. La Corte europea dei diritti dell'uomo ci ha
sanzionato dicendo che nelle nostre carceri c'è una pratica di tortura.
Questo vuol dire che per far rispettare la legge lo Stato italiano
deve innanzitutto rispettarla per primo.

Per quanto riguarda una riforma complessiva della
giustizia: ancora oggi ho sentito Nitto Palma (Pdl,
presidente della commissione Giustizia al Senato; Ndr) dire
che è tempo di occuparsi della crisi economica. È un refrain
che va avanti da sempre, con motivazioni diverse. E la
riforma viene di volta in volta superata. Ma non bisogna
dimenticare che l'Anm è la corporazione più potente in
Italia.

D. CHE TIPO DI RIFORMA IMMAGINI?
R.
Io vorrei una riforma all'americana: separazione delle
carriere; responsabilità civile dei magistrati, un
referendum tradito su cui gli italiani si erano espressi a
gran voce e poi c'è stato il niet della politica; e
sicuramente una riforma sostanziale della carcerazione
preventiva, che dev'essere extrema ratio, come prevede il
codice di procedura penale e non può essere ridotta a
panacea di tutti i mali.(Public Policy)

GAV

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