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Lo Spillo

eni 05 settembre 2014

ROMA (Public Policy) - di Enrico Cisnetto -  Siamo salvi, per adesso. Ma c'è poco da esultare, perché le parole con cui Matteo Renzi ha rinviato a data da destinarsi la cessione del 4,3% di Eni e del 5% di Enel hanno solo allontanato il diabolico ripetersi di un errore già commesso negli anni Novanta. Quello per cui l'Italia ha svenduto i migliori pezzi del proprio capitalismo per finanziare la spesa corrente e improduttiva, barattando un futuro di crescita con un presente di stagnazione.

E il clamoroso fallimento della stagione delle privatizzazioni rischia di ripetersi anche oggi. Innanzitutto, perché con i 5 miliardi derivanti dalle cessioni non si abbattono certo i 2168 miliardi di debito pubblico; anzi, non si pagano nemmeno gli interessi (83 miliardi nel 2013). E poi, oltre che inutile la cessione sarebbe dannosa, perché Eni ed Enel sono assi portanti della politica estera ed energetica dell'Italia e contribuiscono ad emanciparci da instabili e poco affidabili Paesi produttori, e perché dagli utili di tali aziende ogni anno lo Stato incassa importanti somme (8,8 miliardi complessivi dal 2009 al 2013).

Insomma, se è necessario abbattere il debito, l'intervento è un altro e deve essere di centinaia di miliardi (l'operazione straordinaria sul patrimonio immobiliare pubblico che molti reclamano da tempo), mentre se l'intenzione è ridurre il perimetro dello Stato o di eliminare iniziative pubbliche in perdita, l'azione da fare è quella sulle municipalizzate. Tra le circa 6.400 aziende che gli enti locali possiedono, infatti, una su quattro ha redditività negativa rispetto al capitale investito. Sono imprese che, legittimate dallo svolgimento di un servizio alla collettività, diventano poi luogo principe di clientelismo e favoritismi, senza contare l'effetto di distorsione sul mercato che producono.

Non tutte, sia chiaro. Ma ce n'è un gran numero che sarebbe bene buttar via. Purtroppo, dopo l'annuncio, il disboscamento delle partecipate locali, da operare secondo il piano di Cottarelli, è uscito dallo Sblocca Italia ed è stato rinviato al futuro, e non è chiaro se sarà demandato ad una legge delega e successivo decreto delegato a firma Madia, come dice Renzi, o nella legge di Stabilità, come dice Delrio, o chissà quando. Eppure ci sono 3 mila municipalizzate "vuote", con meno di 6 dipendenti, altre 1300 con un fatturato inferiore ai 100mila euro, e circa 1400 la cui presenza pubblica è inferiore al 5%.

Una pletora giustificata solo dalla pervasività della politica locale che, se ridotta ai livelli della Francia (che ne ha 1000), ci consentirebbe un risparmio a regime di 3 miliardi all'anno. Senza contare i vantaggi di efficienza, di competitività, di libera concorrenza. Insomma, sarebbe bene che più che un annuncio, la razionalizzazione delle partecipate locali diventi realtà. Anche perché, per esempio, l'articolo 25 del decreto "liberalizzazioni" (il numero 1 del 2012) già stabilisce l'obbligo di aggregazione, prevedendo poteri sostituitivi del governo in caso di inadempienza. Le norme esistono, vanno applicate. E per farlo non servono slide. (Public Policy)

@ecisnetto

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