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Lo Spillo

banca 21 gennaio 2015

ROMA (Public Policy) - di Enrico Cisnetto -  "Si stringono i tempi della riforma delle banche popolari". Quante volte abbiamo sentito ripetere questa frase? Sono almeno 30 anni. E allora, avendo atteso tutto questo tempo, non si capisce perché la delicata riforma della governance di questi istituti sia diventata nell'arco di poche ore tanto necessaria e urgente da richiedere un decreto legge.

Proprio nell'ultimo Cdm, infatti, con lo strumento costituzionalmente previsto per i soli casi di "necessità e urgenza" il governo ha stabilito che le 10 banche popolari con valore superiore a 8 miliardi (Ubi, Banco Popolare, Bpm, Bper, Creval, Popolare di Sondrio, Banca Etruria, Popolare di Vicenza, Veneto Banca, Popolare di Bari) diventeranno società per azioni, abrogando sia il principio per cui ogni testa vale un voto indipendentemente dalle azioni possedute, che il limite dell'1% alle quote detenute.

Senza contare che a dover firmare la legge - ma lo farà? - sarà un presidente "supplente", Pietro Grasso, certamente privo della piena libertà di sollevare dubbi sul provvedimento, non fosse altro perché viene considerato, e si considera, un candidato a risiedere in pianta stabile al Quirinale. Tanto che in molti si sono chiesti se Renzi non abbia approfittato proprio di questo interregno per far passare un blitz che qualcuno (il neo-consigliere Guerra?) gli ha descritto come l'operazione che avrebbe smosso il sistema di potere economico-finanziario (o quel che ne resta).

E alla trasparenza non giova né la strana mancanza di eloquenza del presidente del Consiglio, né il fatto che il ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan, ha detto che il decreto è stato approvato con il coinvolgimento di Bankitalia, proprio mentre il governatore Visco affermava di non saperne nulla. Insomma, la rivoluzione delle popolari ha il segno dell'improvvisazione se non del colpo di mano, ignora gli studi in corso per l'autoriforma e, soprattutto, dalla mattina alla sera mette sul mercato istituti solidi e appetibili, rendendoli scalabili.

Già, scalabili da chi? Dalle banche maggiori? Impossibile, sono già fin troppo grandi sul mercato domestico. Possono unirsi tra loro? Forse, anche se non sarà la trasformazione in spa che farà loro superare antiche diffidenze e ostilità. La cosa più probabile, ahi noi, è che a scalarle siano soggetti esteri. Inoltre, per quanto Renzi dichiari escluse dal provvedimento le banche cooperative e le popolari più piccole, resta incerto se per i 10 istituti destinatari del decreto sarà ancora valido il principio cosiddetto della "porta aperta".

La riforma delle popolari era un provvedimento da fare, e i banchieri portano la colpa di non aver ascoltato in questi anni chi suggeriva loro di procedere ad un'autoriforma. Ma non da raffazzonare: richiede una rivisitazione seria, solida e organica, non un decreto legge meramente abrogativo. Così, ancora una volta, le scelte del governo che a monte potrebbero essere giuste, rotolano giù a valle tra frenesia e annunci, con molta confusione e qualche incidente. Speriamo che i dubbi, i rischi e le perplessità spariscano, anche perché le popolari, proprio in questi anni di crisi, hanno erogato più credito a cittadini e imprese, rispondendo assai meglio delle altre banche.(Public Policy)

@ecisnetto

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